Ma che Paese è?

In quest’Italia dei giorni presenti, si levano altissime e forti le voci di sdegno della politica se un idiota, nato comico e divenuto leader, legge male e riscrive in modo riprovevole i versi di Se questo è un uomo. Ed è giusto, perché il rischio di banalizzare la memoria e fare di una tragedia vera una farsa inutile è sempre alto e ancora attuale.

Però non sento un solo fiato provenire da lì contro la pericolosa deriva violenta e dura che molte delle articolazioni dello Stato e troppe sue istituzioni stanno prendendo. Penso alla durezza della repressione delle manifestazioni di sabato scorso per il diritto alla casa, certo, ma penso anche all’irrigidimento delle norme contro gli occupanti abusivi, che cercano solamente un tetto per le loro teste e quelle dei loro figli e spesso occupano immobili altrimenti condannati a ospitare topi e gatti randagi.

Penso ai provvedimenti assurdi di rimozione delle panchine per evitare che i senza fissa dimora trovino su quelle un precario giaciglio, ma penso anche ai dissuasori in ferro sistemati sulle grate di aerazione di stazioni sotterranee o magazzini, per impedire che qualcuno possa cercare là sopra un po’ di calore nelle notti d’inverno.

Penso ai divieti di accattonaggio nelle vie dei centri cittadini, ma penso anche all’insensibilità meschina con la quale in quelle ordinanze si intima di non mostrare le proprie menomazioni fisiche a quanti, per sopravvivere, sono costretti a chiedere e sperare che qualcuno si fermi, o almeno getti loro qualcosa senza perdere nemmeno il tempo d’uno sguardo.

Penso al ministro dell’Interno che garantisce l’ordine intimorendo i cittadini con la minaccia di invasioni via mare di orde di disperati, promettendo varchi per questi sempre più stringenti mentre ricercati famosi trovano spazi sufficienti per correre all’ombra dei cedri mediterranei e diplomatici del Caspio immense praterie fra i corridoi del Viminale. Penso a una giustizia che dovrebbe essere uguale per tutti, mentre per essa non tutti sono uguali. Penso ai potenti che son sempre garantisti con chi è garantito, ma si ergono a giustizieri quando c’è da prendersela con chi è già stato giustiziato dalla vita, o anche solo dai propri sbagli.

Penso a uno Stato che militarizza i cantieri e inasprisce le pene per imporre con la forza ciò che non sa far condividere con il confronto, mentre deroga alle sue leggi quando egli stesso non vuole o non sa rispettarle. Penso a tutti quelli entrati vivi e in piedi in una caserma o in un posto di polizia e usciti nel chiuso di una cassa o fra le tele di una barella, e a chi ha cercato nella fine della sua vita la dignità che la cella e il modo in cui era recluso gli avevano tolto. Penso a chi voleva prendere le impronte ai bambini, ed era di destra, ma anche a chi voleva decreti per espellere intere etnie o nazionalità dalla città che amministrava, ed era di sinistra, solo per paura di essere scavalcato nella tecnica securitaria scambiata per civiltà della sicurezza.

E mentre penso tutto questo, non sento parole di speranza dalla politica e dalle istituzioni. Non le trovo a destra, ed è normale, non s’odono a sinistra, e questo m’addolora. Ma che Paese è quello dove ci si indigna, giustamente, per un post e si tace su tutto il resto? Che Paese è quello in cui chi canta Bella ciao per delle proteste in un aula parlamentare tace dinanzi alla violenza dispiegata nelle cariche contro i manifestanti e negli sgomberi di campi nomadi? Che Paese è quello in cui i governanti invocano il consenso per uscire dalla crisi economica ma ignorano l’empatia e la solidarietà, la pietà e la comprensione per provare a superare quella delle relazioni umane?

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