Per un’ermeneutica della sfiducia

L’Istat ci dice che ad agosto la fiducia dei consumatori è calata significativamente rispetto ai periodi precedenti, continuando lungo un trend negativo che va avanti da tempo. E ancora, che il commercio al dettaglio non riparte, nonostante il bonus Irpef dato ai redditi da lavoro dipendente fino a 1.200 euro mensili, gli 80 euro di Renzi che avrebbero dovuto rilanciare gli acquisti delle famiglie e che, da soli, Picierno dixit, sarebbero stati sufficienti a far spesa per quindici giorni (e nel caso, verrebbe da chiedere, visti gli emolumenti, quante settimane ci siano in un mese parlamentare).

Ma a parte le facili battute, credo che sia necessaria una spiegazione per questa sfiducia apparentemente inossidabile e non scalfita nemmeno dall’entusiasmo del Governo dei noi-siamo-i-giovani-per-il-cambiamento-contro-la-palude. Diciamo che serve una sorta di ermeneutica dei comportamenti e dei sentimenti collettivi, che, magari, può partire dalla comprensione degli atteggiamenti individuali.

Ad esempio, io ho beneficiato degli 80 euro in busta paga. Eppure, sono tra quelli che non hanno molta fiducia, come dice l’Istat, nel futuro rispetto alla situazione economica generale. E quindi, nonostante il bonus e le elargizioni di ottimismo ad ogni tweet sospinto profuse dal presidente del Consiglio, spesso freno e non spendo. Perché?

Lo faccio per fare un dispetto all’esecutivo? Sarei come quello che per dispiacere la consorte…, insomma, ci siamo capiti. Lo faccio perché non arrivo alla fine del mese con il mio stipendio? No, certo non c’è da scialacquare, ma non mi lamento. Allora perché non spendo e rimando i consumi? Perché mi minacciate.

Avvicinandomi ai quarant’anni, sono ancora precario. Il primo numero che leggo sulla mia busta paga non è il “netto a pagare”, ma il “data scadenza contratto”. E ogni mese, quella è di un mese più vicina. In un anno di bonus avrò messo da parte quasi una mensilità, e mi potrebbe servire nel caso, oltre quel giorno vergato in nero fra le caselle di importi, detrazioni e trattenute, non avessi più un lavoro e un reddito, o dovessi fare i conti con una riduzione del salario, pardon, con un “dow­n­ward wage adjust­ment”, come, con raffinato inglese, l’ha definito Mario Draghi nel discorso tanto applaudito dal Matteo nazionale.

Inoltre, a quelli della mia generazione, state anche spiegando che, in vecchiaia, dovranno vivere con meno della metà del poco che già prendono oggi: perché stupirsi che cerchino di risparmiare e, nel frattempo, abituarsi al prossimo regime di vita? E poi, ci sono quelli che già avevano contratto debiti nel periodo precedente, e sono tanti, fra mutui e credito al consumo, e che con quei soldi cercano adesso di ripianarli.

Infine, ci sono le promesse di tagli alla spesa che tutti i giorni i governanti fanno, e che diventano minacce di riduzione dei servizi nelle orecchie di chi li ascolta, quando non proprio di perdita di fonti di reddito: è normale che si cerchi di mettere qualcosa da parte per l’inverno, sarebbe da incoscienti non farlo.

Ma come, dirà qualcuno, temete sebbene il capo del Governo parli continuamente della primavera ormai vicina e del necessario ottimismo per affrontarla? Sì, anzi, proprio per quello non ci fidiamo. Perché? E per quale motivo dovremmo? Prendiamo gli ultimi quattro premier e le loro previsioni e profezie. Il primo negava la crisi e diceva che era una sorta di suggestione, diffusa quanto irrazionale; ma si sa: Berlusconi è quello che è. Poi c’è stato Monti, e la ripresa doveva arrivare nel 2013. Poi è passato lui e anche il 2013, anno nel quale Letta parlava di ripresa sicura nel 2014: beata sicurezza, proverbiale come il suo star sereno.

Ora, il presidente del Consiglio dice che è certo: la ripresa ci sarà nel 2015. Non è che uno non voglia essere ottimista, ma, come dire, i precedenti non aiutano. Perché l’ottimismo sarà anche “il sale della vita”, come diceva Tonino Guerra, ma col sale è meglio non esagerare: sapete, la pressione alta, il cuore, le arterie… Non siamo mica tutti giovani, belli, ricchi e vincenti come i nostri governanti.

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4 risposte a Per un’ermeneutica della sfiducia

  1. Elio Rostagno scrive:

    Ciao. Una volta tanto non avrei voluto che il tuo ragionamento, di una chiarezza estrema, fosse sviluppato in prima persona singolare.
    A dopo.
    Elio

  2. Pingback: La sfiducia chissà perché | [ciwati]

  3. Fausto scrive:

    Bel pezzo. Complimenti. E’ evidente che se davvero l’obiettivo fosse stato l’aumento dei consumi gli 80 euro andavano dati non a chi poteva permettersi di risparmiarli, ma a chi sarebbe stato “costretto” a spenderli, a chi ha la maggiore propensione marginale al consumo, cioè ai più poveri, incapienti e pensionati al minimo. Ma, per individuare il target, invece che la propensione marginale al consumo è stata utilizzata la propensione marginale al voto che è più alta nella fascia che è stata beneficiata.

  4. Pingback: Proprio perché un domani ci sarà | Filopolitica

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