Dell’assurdità di privatizzare per far cassa

Vendere l’argenteria, gli arredi e i gioielli di famiglia per ripianare i debiti è una pratica disperata ma comune per privati e famiglie. Da quelle più nobili a quelle a un passo dalla miseria, la storia è costellata di svendite patrimoniali e di saghe dinastiche finite fra i colpi dei battitori d’asta. È triste, a volte tragico, ma succede.

Accade anche per le società, e pure per gli Stati, quando questi sono ridotti sul lastrico, a chiedere soldi a chi non ha nessuna intenzione o possibilità di dargliene ancora. Non è un bello spettacolo, spesso nemmeno una scelta ottimale, ma a volte è una via obbligata.

L’Italia di oggi, però, non è in quella condizione drammatica che rende necessario disfarsi di tutto ciò di qualche valore che ancora si possiede per cercare di chetare i creditori. Anzi, nei tg e nei commenti dei politici, si stappano bottiglie per il crollo dello spread fra i nostri Btp e i Bund tedeschi, che altro non è se non la testimonianza migliore che quelli, i creditori, ancora possono e voglio prestare soldi e puntare sul nostro sistema Paese.

Non riesco davvero a capire, per questo, la necessità di disfarsi del patrimonio pubblico e dei migliori ori di casa, rappresentanti da società quali Enel ed Eni. Eppure, pare che Renzi e Padoan si stiano preparando per liberarsi, nel prossimo autunno, dei giganti energetici nazionali.

A me, tutto quest’entusiasmo per le privatizzazioni non è mai piaciuto. Non perché sia ideologicamente prevenuto, non solo per quello almeno, ma perché gli italici precedenti ne sconsigliano la pratica. Ancor più quando e se si tratta di togliere dal patrimonio pubblico colossi che operano in un asset strategico, la produzione e la distribuzione di energia, per l’economia nazionale.

Invece, sembra proprio che il Governo sia intenzionato a far fuori un ulteriore 5 per cento del proprio capitale in Eni ed Enel, scendendo coì ben al di sotto di quel meno di un terzo che ormai possiede in entrambe le aziende e rischiando, così, di perderne definitivamente il controllo. Sinceramente, non ne capisco la ragione, la motivazione economica e la strategia industriale, e se abbia ancora un senso usare questi tre termini di giudizio in un caso simile.

Ma quello che veramente mi lascia basito, è la prevista allocazione delle risorse potenzialmente rivenienti da quella vendita azionaria: il taglio del debito pubblico. Appare sensato, ma non lo è. Perché, come dicevo, l’Italia non è alla canna del gas (passatemi il modo di dire energetico), e perché, in quel caso e in quell’utilizzo, quei proventi sarebbero del tutto inutili.

Stimano gli addetti ai lavori che da quelle vendite si potrebbero ricavare 5 miliardi di euro. Al di là del giudizio sull’operazione, se si intendesse utilizzare quel capitale per rilanciare settori in crisi, interventi sociali o in ambito ambientale e di risanamento del territorio, sarebbe anche una scelta con motivi di plausibilità: contribuirebbe a generare altre economie, magari lavoro, e aumenterebbe il Pil, agendo sulla dinamica del rapporto fra questo e il nostro debito pubblico, riducendo l’assillo di quel paramento-cappio a cui l’intera economia europea ha deciso di impiccarsi.

Invece no, quelle risorse si vogliono utilizzare per ridurre direttamente il debito, per metterle in “più” a fronte di quel numero monstre preceduto dal segno meno: 2.168 miliardi di euro, secondo l’ultimo calcolo della Banca d’Italia. Cioè, si vogliono usare 5 miliardi per tappare un buco da oltre duemila. Vale a dire che ci priviamo di importanti quote in aziende impiegate in settori indispensabili per la crescita, non per provare a dare ossigeno all’economia che non ha soldi per ripartire, ma per avere, il giorno dopo, ancora un debito di 2.163 miliardi di euro comunque da affrontare.

Siete proprio sicuri che sia la strada giusta?

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