Di quella élite che ha scordato d’aver rinunciato

«La antica contrapposizione tra lavoro e capitale sta cedendo il passo a una nuova contrapposizione, tra nativisti e mondialisti, tra coloro che difendono la sovranità delle comunità nazionali e quelli che si collocano in un’ottica globale. I primi, tendenzialmente di destra, si presentano come vicini agli interessi del popolo contro le élite che guardano al mondo invece che ai concittadini. I secondi, tendenzialmente di sinistra, appaiono più preoccupati delle grandi questioni del mondo che dei problemi quotidiani dei concittadini. Questo mutamento è potuto accadere perché le forze di sinistra, forse ritenendo di rappresentare in ogni caso gli interessi del popolo più e meglio di altri, come per concessione divina, hanno smesso di occuparsene in modo prioritario. Hanno preferito dedicarsi alla scelta del capitalismo da sostenere e alle riflessioni sui cambiamenti indotti dalla globalizzazione. Si sono perciò trovate al fianco delle élite piuttosto che al fianco del popolo».

La lunga citazione è tratta da un articolo di Luciano Violante su Il Corriere della Sera di lunedì 10 ottobre. Ora, l’ex magistrato non è fra le mie letture preferite, però quello che dice in quel testo lo condivido totalmente. Ed essendo stato lui uno dei rappresentanti e dei vertici del maggior partito di sinistra in Italia nella stagione in cui quel «mutamento», come lo chiama, avveniva, le sue parole hanno ancora più valore. Perché è questo quanto è successo: nella spasmodica ricerca di un accreditamento verso le mutate esigenze delle società occidentali, o le presunte tali, s’è pensato a spostarsi su posizioni più rassicuranti, “di sistema”. E così, passo dopo passo, ci si è trovati dalle parti di chi in quel sistema stava bene e lontani da quelle di quanti, nel loro star male e non trovar mai posto, lo contestavano fin nella radice, sebbene a volte in modi disorganici, confusi, grossolani.

È questo, infatti, un altro punto su cui il già presidente della Camera ha ragione quando spiega che le destre hanno saputo porsi strumentalmente come argine alle élites, mentre le sinistre sono state più in difficoltà e devono riprendere a occuparsi dei bisogni delle persone, riuscendo a far comprendere che la contestazione e il cambiamento delle classi dirigenti è possibile e a volte necessario, ma che «un Paese senza classi dirigenti è destinato all’ignoranza e all’anarchia». Dice bene il professore, per quanto paia ignorare un passaggio per me fondamentale: se nessuna classe dirigente si forma nella contestazione, anche radicale, del sistema, e se tutte le élites formate e formantesi si schierano dalla parte della sua tenuta, comprese quelle che, in presenza delle profonde disparità e disuguaglianze in esso sorte e cresciute, dovrebbero lottare per rivoltarlo, se non proprio rivoluzionarlo, allora a chi in questo e da quelle è colpito non resta che affidarsi a quei pochi che (almeno a parole, visto che nessuno lo fa concretamente) al suo fianco e contro la causa (o ciò che così è inteso) del suo star male si schierano.

Come dire: onorevole Violante (preso come esempio di una lunga schiera di protagonisti con esperienze e percorsi sovrapponibili al suo), lei che è stato docente universitario, magistrato, presidente della Camera, capogruppo del più grande partito della sinistra italiano, deputato per ben otto legislature consecutive, cosa ha fatto per dare a quella gente che, in forza della sua cultura, chiama popolo la certezza che nella parte politica, e sociale, che lei rappresentava ci fosse posto e attenzione pure per loro?

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1 risposta a Di quella élite che ha scordato d’aver rinunciato

  1. Fabrizio scrive:

    Caro Rocco,
    l’onorevole Violante,Scalfari,Benigni non sono soli, ma ben accompagnati.
    Tutti sul carro del Partito della Nazione o meglio dire Partito Unitario.
    Se andiamo a vedere la storia politica Argentina( dove qualche tempo fa si e’ recata la Boschi) nel 1816 nacque un partito politico di tendenza liberale, che sosteneva la necessita’ di un governo centralizzato dove i rapprentanti politici delle provincie( comuni , regioni, citta’ metropolitane) strutturarono un governo nazionale .
    Domanda: i sindaci , i consiglieri, i presidenti di regione , soffrono di sudditanza al potere esecutivo?

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