La ministra inglese e le verità non dette

Hanno il fascino d’un velo strappato le parole della ministra inglese Theresa May. Quel suo “basta ai migranti in cerca di occupazione, anche se comunitari”, che poi pesano sul welfare inglese, è solo l’applicazione a un livello differente di quanto dicono i politici nostrani.

Cos’è se non quello stesso concetto espresso dalla titolare britannica degli affari interni (che è di destra, ma meglio dei populisti, ovvio) il più volte ripetuto “no ai migranti economici”, con tanto di rimpatri coatti previsti, del suo omologo (che è di destra, ma lo sostiene il Pd, perché è meglio dei populisti, certo) nostrano? E in cosa differiscono, nella sostanza, da quel “aiutiamo quelli che hanno diritto all’asili, ma non gli altri”, ripetuto alla Festa nazionale dell’Unità (dove è stato applaudito, perché sui migranti possono aver ragione pure i populisti, sicuro) dal suo predecessore? Per il fatto che si sarebbe parte e cittadini della medesima Unione? Solo io ricordo simili chiusure alla migrazione per motivi economici, anche di minore entità e tralasciabile impatto (seppur agitate con pari vigore dalla destra e da una sedicente sinistra) all’interno, addirittura, dello stesso Paese?

No, le parole dell’esponente del governo d’Oltremanica non sono affatto un unicum. Sono quello che qui da noi si ripete un giorno sì e l’altro pure, da tanti pulpiti e troppi palchi. Han fatto rumore perché si riferivano ai nostri connazionali, tutto qui. D’altronde, dovremmo saperlo: prima o poi, siamo noi i migranti e gli stranieri per qualcun altro. È solo questione di tempo, passato o presente. E di memoria, se mai ne volessimo avere ancora.

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