Scusate, ma quale centro-sinistra

C’è un dibattito surreale in alcuni ambiti della politica italiana, quello relativo alla necessità, da più parti segnalata, di “mantenere unito il centro-sinistra” (scegliete voi come scriverlo: col trattino, una sola parola, due). È surreale, o meglio, è irreale, perché si parla di qualcosa che reale non lo è più, da tempo e per responsabilità principale di quelli che ora ne parlano.

Ricapitoliamo: il centro-sinistra che conoscevamo si è perso lungo la rotta scriteriata delle larghe intese, arresosi alla bonaccia della vagheggiata vocazione maggioritaria prima di far naufragio sugli scogli della presunta ineluttabilità del rigore e delle politiche liberiste. Precisamente, a quale ora vi riferite? A quello che approva la riduzione dei diritti dei lavoratori perché “solo così riparte la crescita”? A quello che fa delle grandi opere e della privatizzazione dei servizi la sua bandiera? A quello che cerca risposte securitarie per la tranquillità dei ricchi ignorando le esigenze dei poveri? Sinceramente, in questo non vedo differenze dal centro-destra.

Perché se qualcuno ha ucciso il centro-sinistra, è stato chi ha pensato che poi, in fin dei conti, la politica si potesse fare “tutti insieme appassionatamente”, che tanto era uguale, da Bruxelles fino all’ultima provincia dell’impero. Anzi, alcuni a sinistra hanno pure spiegato che questa era la strada giusta, dicendo proprio, tondo e chiaro, come molti esponenti di alto livello del Pd, di preferire, a Roma come nei territori e per esemplificare con nomi e cognomi, Angelino Alfano a Nichi Vendola. Dopotutto, se quelle “intese” con i berlusconiani, di ieri e di oggi, sono state allungate ed replicate, ci sarà pure un motivo. Di grazia, di quale centro-sinistra parlate?

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