Addio, mia festa, addio

Il cambiamento di prospettiva con cui alcuni dirigenti del Partito democratico affrontano oggi le scelte che prima, se fatte da Berlusconi, contestavano, è spiegabile con la mutata posizione che ora ricoprono e che all’epoca guardavano da lontano (direi “rosicando”, se fossi renziano). Meno si comprende perché mai quelli che ancora si dicono “di sinistra” nel senso tradizionale del termine, cioè col piede ben piantato in alcune cose, sindacato, difesa dei diritti dei lavoratori e storia del movimento compresi, non dicano nulla e quasi paiano rassegnati.

Se ne doleva ieri, in un commento sull’edizione torinese de la Repubblica, Salvatore Tropea, definendo quella de l’Unità nel capoluogo piemontese “una festa preclusa ai sindacati” (in realtà non proprio assenti, di certo non invitati con gli onori d’altri tempi). M’aveva stupito in tal senso, giorni orsono, l’applauso ricevuto da Squinzi nel dire che “il sindacato in Italia mediamente è stato un fattore di ritardo” dalla platea della kermesse nazionale del Pd a Milano (neanche poi tanto, visti i continui attacchi a quelle organizzazioni da parte di Renzi). Insomma, mi chiedo: fra i volontari e i presenti a quelle manifestazioni, ce ne sarà stato pure qualcuno iscritto al sindacato? E non ha sentito come offesa rivolta a se stesso quegli attacchi e quelle assenze? Nessuno fra loro ha sentito di essere lui quel mondo che lì veniva vilipeso, banalizzato, ignorato?

Non so, ma non capisco come la lealtà a ditta e titolari possa arrivare al punto di fare il tifo per chi ti schiaffeggia o ti dimentica; anche il masochismo dovrebbe avere un limite. E invece nulla, al punto di comprare ancora il giornale diretto da Erasmo D’Angelis in cui, sempre ieri, Staino (convertitosi tanto velocemente al verbo renziano che i capogiri sono il minimo che poteva avere) ha pubblicato una vignetta che è meglio di un lungo editoriale per spiegare il nuovo corso a cui quei fogli son piegati e in cui un Bobo oltremodo sarcastico, rispondendo alla bambina che notava l’attacco di D’Alema a Berlusconi e la contestuale difesa dell’Ulivo, commentava “il contrario di quel che faceva ai suoi tempi”, dando così ragione ai vari Grillo, Travaglio, Guzzanti e tutti coloro che, in quei tempi, sostenevano esattamente una teoria simile, e affondando in un sol colpo anni e anni di tenace diversità e resistenza al racconto qualunquista dilagante.

Ah già, dimenticavo, adesso il motto è: “berlusconismo o antiberlusconismo pari sono”.

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