Sedotti da munifiche prebende piccolo-borghesi

Matteo Orfini, quando la minoranza dem propose Ferruccio De Bortoli per il Cda Rai, commentò sarcasticamente: “la sinistra ha scoperto il fascino discreto della borghesia”. E magari, per la sinistra dei Bersani e dei Cuperlo, era pure vero. Quella di cui fa parte lui (sì, nel Pd il concetto di sinistra è tanto ampio e duttile da arrivare a comprendere pure uno come Orfini), invece, soffre l’incanto di una in minore, una piccola-borghesia, diciamo.

Me ne sono convinto leggendo l’intervista di oggi fatta proprio sul giornale che guidò De Bortoli da Aldo Cazzullo a Matteo Renzi. Oltre al solito refrain sul quanto siano bravi a fare le riforme che l’Italia aspettava da decenni, il capo del Governo, in sostanza dice che togliere le tasse sulla prima casa è giusto, che se la sinistra fosse stata diversa (cioè destra, immagino) il Jobs act lo avremmo da vent’anni, che la riforma della scuola (con i suoi tratti autoritari e manageriali, che arrivano fino al potere di scelta degli insegnanti da parte del preside) deve andare avanti, che il corso impresso alle modifiche dell’assetto istituzionale (pensateci quando vinceranno le elezioni quelli che ritenete sbagliati) è doveroso, che la legge elettorale è la migliore possibile (anche qui, tenetelo a mente quando non vinceranno i vostri), e che, insomma, se tutto questo non s’è fatto prima, è perché l’Italia è stata ostaggio, da un lato, del berlusconismo e, dall’altro, di “una grande coalizione contro una persona”. Ecco, mi consenta signor presidente del Consiglio, credo che siate voi quelli che agivano “contra personam”, a me era il merito delle scelte a non convincere; quando le voleva Berlusconi come ora che le approva la vostra maggioranza.

Prendiamo le tasse sulle prima casa. Ricordo una bella Amaca di Michele Serra di due anni fa in cui definiva l’idea di Brunetta di togliere l’Imu per tutti iniqua, volta a far pagare ad altri la campagna elettorale del suo leader, demagogicamente disonesta. Condivisi quelle parole, e le condivido ora che a proporre quella stessa abolizione è Renzi. Serra evidentemente no, dato che non ho scorto parole in tal senso; ma si sa, lui ama mettere il suo voto, “per sicurezza, nel calderone più grande a disposizione, quello del partitone di massa. Per fare numero, per cercare di vincere (ogni tanto) oppure di perdere un po’ meno (quasi sempre)”.

Oppure la riforma della scuola. Ne parlavo ieri con due amici insegnanti, meravigliati di come Francesca Puglisi potesse essere la stessa persona che criticava la sperimentazione della chiamata diretta in Lombardia mentre difende e rivendica la bontà di quello stesso principio oggi che a introdurla è una proposta del suo partito. E potremmo continuare all’infinito.

Ma il punto vero lo suggerisce lo stesso Renzi in quell’intervista (e ancor meglio e di più il sempre inarrivabile Serra che, tre giorni fa, a proposito di nuovo di Brunetta e dell’Imu, questa volta a parti invertite, è riuscito a scrivere, e non sto inventando: “se a fare una cosa è il tuo capo, sei felice. Se a fare la stessissima cosa, precisa identica, è il tuo avversario, sei furibondo”). Non abbiamo voluto il Jobs act vent’anni fa perché eravamo contrari alla visione liberista per cui si rilancia l’occupazione solo riducendo i diritti degli occupati, ecco perché abbiamo contrastato i tentativi di abolizione dell’articolo 18 e dello Statuto dei lavoratori. Ed eravamo contro le leggi elettorali che permettevano ai segretari di partito di nominare gli eletti, perché pensavamo che i rappresentanti dovessero sceglierseli i rappresentati. Ed eravamo contro le riforme autoritarie e governiste della Costituzione perché credevamo che la democrazia è libertà solo se è partecipazione e non semplice delega. E continuiamo ancora a difendere quei concetti, noi.

Gli altri, quelli che con noi a parole condividevano le battaglie, oggi non la pensano più così. Non siamo cambiati noi; magari sono loro ad aver cambiato idea (se mai ne avessero davvero avuta qualcuna). Come è potuto accadere? Non saprei. Mi viene in aiuto, forse, una lettera che D’Annunzio scrisse al principe Sciarpa: “Roma mi ha vinto. Io ho, per temperamento, per istinto, il bisogno del superfluo. L’educazione estetica del mio spirito mi trascina irresistibilmente al desiderio e all’acquisto di cose belle. Io avrei potuto benissimo vivere in una casa modesta […] mangiare in piatti comuni, camminare su un tappeto di fabbrica nazionale, prendere il thè in una tazza da tre soldi, soffiarmi il naso con fazzoletti da due lire alla mezza dozzina. […] Invece, fatalmente, ho voluto divani, stoffe preziose, tappeti di Persia, piatti giapponesi, bronzi, avorii, ninnoli, tutte quelle cose inutili e belle che io amo con una passione profonda e rovinosa”.

Certo, D’Annunzio aveva un gusto estetico alto e approfonditamente educato, qui bastano cose minori. Diciamo che se al poeta servirono i migliori equipaggiamenti dell’alta borghesia, a sedurre i nostri son bastate le qualitativamente minori, sebbene maggiormente munifiche, prebende e onorificenze piccolo-borghesi.

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3 risposte a Sedotti da munifiche prebende piccolo-borghesi

  1. nonunacosaseria scrive:

    ti faccio presente che michele serra il 27 agosto ha scritto un’amaca proprio per ribadire la contrarietà all’abolizione della tassa sulla prima casa…

    (diglielo anche a pippo)

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/27/lamaca28.html?ref=search

  2. Rocco Olita scrive:

    Grazie. Se noti, però, l’Amaca di cui parli è citata nel terzultimo paragrafo del mio articolo. Il fatto è che in quella lui ricorda solo incidentalmente il suo non essere d’accordo, mentre nell’altra definiva la proposta iniqua, fatta per far pagare ai più poveri il costo della campagna elettorale del leader politico, demagogica, disonesta. Termini e toni che ora si guarda bene dall’usare. Ovvio, mi si potrebbe obiettare che è solamente una questione di linguaggio. Ma siccome stiamo parlando di uno scrittore, autore e giornalista, cioè di uno che delle parole ha fatto e fa mestiere, e non di un Brunetta qualunque che parla perché fra il naso e il mento s’è ritrovato una lingua, credo che la differenza sia sostanziale.

  3. giuseppe scrive:

    Forse alla prossima Amaca capiremo un po’ meglio Serra. Il vezzo della penna brillante a volte produce l’incomprensibilità.

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