Non è un errore

“Quando si fa un errore, credo che l’unica cosa che si debba fare sia riconoscerlo e correggerlo. E l’abbiamo fatto”. Pensa di cavarsela in questo modo il ministro del welfare Giuliano Poletti, con quelle parole dette in apertura di un dibattito alla Festa nazionale de l’Unità il giorno dopo la brutta figura sui dati dell’occupazione comunicati dal suo dicastero nei mesi passati. Dati che, in sintesi, sovrastimavano, raddoppiandolo, il numero di nuovi contratti di lavoro e che, con la loro descrizione “dopata” della realtà, venivano sventolati dal Governo quale prova della bontà delle proprie decisioni.

Errore un corno, ministro Poletti. Lei non ha sbagliato, lei ha voluto che quelle rilevazioni assumessero carattere di bollettino mensile, trasformando un lavoro statistico nell’ufficio propaganda dell’Esecutivo, per creare un sostegno numerico all’efficacia ancora tutta da dimostrare delle politiche messe in campo dalla maggioranza. E che in quei dati ci fosse qualcosa di strano lo si sapeva fin da subito, considerato che l’Istituto nazionale di statistica puntualmente ne smentiva la portata e l’andamento. Voi lo sapevate, e scientemente avete scelto di far rumore sui numeri che più vi convenivano, accusando gli altri di sbagliare i conti, come fece lo stesso Renzi quando affermò, stentoreo come suo costume: “l’Istat fa i sondaggi”.  Siete voi a fare di previsioni il racconto della realtà, e in questo a mistificarla.

Non c’è nulla di nuovo in tutto ciò; sono trent’anni che il Paese è bloccato in un immaginario di cieli azzurri e soli in tasca diffuso da una classe politica incapace di affrontare i problemi, ma scaltra a spostare l’attenzione su altro, con una narrazione ottimistica del proprio agire. Dai congressi con scenografie imperiali del Psi di Craxi fino a Renzi e il suo storytelling rottamatore e fiducioso passando per l’arte del venditore e del pubblicitario Berlusconi (quando si dice dell’antiberlusconismo che ha paralizzato l’Italia), è un lungo profluvio di esposizioni fantastiche e di capitani timorosi di scontentare il pubblico votante.

“Diciamo no al piagnisteo nazionale dell’emergenza. Mentre nella vetrina ufficiale campeggiava la dottrina della grande crisi con le sue nuvole d’angoscia, la realtà, quella vera, camminava sui binari di un solido galleggiamento fino alle punte di una notevole espansione che hanno che hanno caratterizzato i due anni trascorsi”, proclamava il Bettino più famoso nel 1981, in quel congresso sul palermitano Monte Pellegrino che consacrò Panseca architetto del potere e scoprì l’allestimento degli spazi (come non pensare alla Leopolda dell’odierno Matteo) quale tema politico. E che dire di Una storia italiana, saga fotoromanzata del leader che da allora lo si chiamerà sempre più e solo Silvio, col nome di battesimo, per sentirlo uno di noi e pertanto dalla nostra parte, capace di raccontare il futuro come il Bengodi, di rassicurare, di ispirare fiducia per il solo fatto di saperla rivelare.

Nel ricordo di come sono andate a finire le precedenti vicende, non si può archiviare quello del Ministero del lavoro quale semplice “errore”. È il segno tangibile di una strategia e di una tattica; quelle di inventare una cronaca dei fatti funzionale alla conservazione del consenso. Una serie di edulcorazioni interessate di quel che è e accade, insomma.

Oppure, la palese dimostrazione del fatto che a guidare e rappresentare la Nazione ci siano soltanto una banda di cialtroni incompetenti, incapaci persino di leggere delle tabelle e delle tavole, di fare le dovute somme e le necessarie sottrazioni.

Ma pur se fosse, affidereste mai i vostri destini a gente così?

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2 risposte a Non è un errore

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  2. La riflessione dell’articolo è tristemente corretta, ma si sbaglia a pensare che in un trentennio o più, direi dall’inizio della Repubblica ad oggi, in Italia non si sia saputo risolvere i problemi, come non è così in nessun’altra parte del mondo: i problemi che non si risolvono, per coloro che dovrebbero e potrebbero ma non li risolvono, sono vantaggi, privilegi, tutele per loro stessi e per i loro entourage, per le loro cricche più o meno lecite, ufficiali ed ufficiose, palesi e sommerse, spesso solennemente benedette e santificate da santa romana chiesa, nonostante i tanti anatemi verbali, tutte le chiacchiere e le prediche millenarie che sappiamo bene che esito abbiano avuto.
    Non si tratta dunque di non saper risolvere, ma di non voler risolvere come il Popolo onesto e in dificoltà si aspetterebbe, quei problemi, poiché quei problemi per quelle altre persone sono fonte di arricchimento, di maggior consenso, di potere economico e politico, di bella vita, e basta leggere e vedere chi e come e da quanto tempo se ne frega altamente della sofferenza e del bisogno di milioni, centinaia di milioni, anzi miliardi di persone in tutto il mondo.
    Idem per la lotta alla corruzione, alla criminalità di ogni tipo, alla disoccupazione, all’evasione, ecc.: senza il ricatto e il bisogno, e senza far arricchire alcuni a scapito e a danno d’altri, come avrebbero fatto e farebbero costoro, e come potrebbero mantenere se stessi e le loro famiglie e accozzaglie di votanti e leccapiedi?

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