Si fanno le cose che si vogliono fare

Dentro, i ministri che si abbracciano e i deputati della maggioranza che plaudono. Fuori, la protesta, la rabbia, pure le lacrime e il dolore, come per un tradimento. Io sto con quelli fuori, ovviamente, però non è questo il punto. È che in quelle due immagini rimandate da giornali, siti internet e televisioni, c’è tutta la differenza, il senso del cambiamento che si è inteso dare a questa stagione politica. Ed è un cambiamento che non mi piace.

Ieri la scuola, con un’azione di riordino del sistema dell’istruzione pubblica, affiancato da ingenti meccanismi di finanziamento per quello privato, che delinea scenari molto prossimi  a quelli contro cui un tempo ci si batteva (con alcune punte addirittura peggiorative). Prima c’erano stati l’abolizione dello Statuto dei lavoratori e la cancellazione di quell’articolo 18 che un tempo si spiegava come fosse necessario difendere ed estendere, i vasti programmi di grandi opere simili in quasi tutto a quelli di berlusconiana memoria che hanno bloccato l’Italia per anni devastandone il territorio all’inseguimento del mito dei soldi facili sul cemento rapido, un piano casa eretto a risposta securitaria alle domande dei ricchi e sordo ai bisogni dei poveri, la pratica governista (quante di queste sedicenti riforme sono passate con la fiducia o la delega, totale e assoluta, del Parlamento al Governo?) che ha piegato la forma e le norme delle istituzioni, la responsabilità civile e la delegittimazione demagogica elevate a monito per magistrati disinvolti nel perseguire i potenti, eccetera, eccetera, eccetera.

Tutto questo è quanto è stato fatto “e ‘l modo ancor m’offende”, se si pensa che, nel mentre, a essere colpiti, “asfaltati”, come piace a loro dire, nella narrazione de governanti di turno sono stati proprio i princìpi e i valori in cui, tutti, dicevamo di riconoscerci. Quelle persone e quel partito che stanno votando ognuno di questi provvedimenti sono quelle e quello per cui ho votato io, quando le parole e i programmi erano tutt’altri.

Certo, ne ho preso atto. Certo, non li voterò più, non potrei farlo, in nessuna formula, alleanza o alchimia presente e futura. Certo, la libertà di mandato che io rivendico quale presupposto invalicabile della rappresentanza, e che loro bruciano ogni volta sulla malintesa idea della disciplina politica, dà loro diritto e modo di farlo. Certo è, però, che dispiace dover considerare che un simile cambiamento non può essere avvenuto, e che in fondo, quelle cose che stanno facendo è probabile che siano proprio quelle che volevano fare, anche quando ne promettevano (e qualora ne prometteranno) delle altre.

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