Se tifate per l’austerity, non lamentatevi del rigore

I​n un Paese in cui i livelli di conoscenza delle lingue e dell’economia sono ben testimoniati da quelli di cui fan sfoggio le classi politiche espresse, a poche ore dalla notturna comunicazione della proposta del Governo greco all’Ue, molti erano in grado di dare un giudizio comparato di quel lungo testo tecnico in inglese e giungere a una valutazione dettagliata e ponderata: “Tsipras ha calato le braghe e ha presentato un testo più duro per il suo popolo di quello proposto da Juncker. Alla fine, la vittoria del ‘no’ al referendum è stata inutile”.

Ora, io non ne capisco quanto i fautori di simili valutazioni, ma da quel che leggo, le differenze sostanziali stanno nel fatto che la proposta greca parla di ristrutturazione del debito e aiuti immediati, mentre in quella di prima non se ne voleva nemmeno sentire parlare (e credo che in questo cambio di approccio culturale, il referendum esplichi la maggiore delle sue vittorie concrete), e (per gli amanti dei numeri) che il piano della Commissione prevedeva 8,5 miliardi di tagli in due anni a fronte  dell’erogazione dell’ultima tranche di aiuti per 7,5 miliardi, invece quello di Atene pensa a riduzioni di spesa per 12-13 miliardi distribuiti in tre anni e chiede, quale contropartita, nuove risorse per 53,5 miliardi. Certo, è una mediazione, un compromesso; ma quando chiedi soldi, spesso capita di doverne fare. E noi di questo stiamo parlando.

Ci sarebbe da aggiungere, poi, la circostanza per la quale, nel piano proposto dal leader di Syriza, e approvato da quasi tutto il suo partito (solo 17 deputati del gruppo parlamentare del primo ministro hanno votato contro, che è però un numero determinante, vista l’esiguità dei numeri su cui può contare) oltre che dal Parlamento, le riforme più dolorose e contrarie a quelle che erano le sue proposte elettorali, non scattano immediatamente, ma nei prossimi mesi e anni, in modo da poter essere affrontate e preparate meglio, o forse pure evitate, se i dati economici dovessero cambiare. Ancora, che nel piano del Governo ellenico si è più vicini alle posizioni che essi difendevano sulla questione dell’avanzo primario, che il mercato del lavoro sarà cambiato con il coinvolgimento delle forze sociali (astenersi da paragoni), e che non si interverrà di nuovo a ribasso stipendi e sugli assegni pensionistici minimi, che sembrano poca cosa solo a coloro che con quelli non ci devono vivere e far vivere le proprie famiglie.

Ciò che è più curioso, però, nell’atteggiamento di quelli che “Tsipras ha dovuto arrendersi”, è il fatto che siano gli stessi che poi ti spiegano “questa Europa va cambiata”. Sì, su molte cose Tsipras ha ceduto. Ma tranne schierare le portaerei al largo del Pireo, avevano minacciato di fargli di tutto, e in Grecia le banche sono ancora chiuse (immaginate l’Italia nelle stesse condizioni) in virtù delle contromisure prese dopo il non pagamento della rata da un miliardo e seicento milioni al Fondo monetario internazionale. Eppure, ha ceduto meno di quello che poteva, altrimenti non si capirebbe per quale motivo Francoforte e Berlino non giubilino d’entusiasmo.

Sinceramente, comprendo le élite europee e i loro house organ quando tentano di dimostrare l’inutilità della resistenza ai dettami della Bce: la loro speranza è che altri, tipo Podemos, dato che in autunno si vota in Spagna, non si montino la testa e provino a percorrere la stessa via. Il rischio che esse non calcolano, a mio avviso, è che questo scateni il ragionamento contrario, cioè che l’elettore non creda più alla facoltà del voto e nemmeno alle minacce del “se non voti noi europeisti convinti, vincono gli antieuropeisti e va tutto alla malora”; se tanto non può cambiare nulla, che cambia chi vince?

A quelli che volevano cambiare “verso all’Europa”, però, una cosa vorrei farla notare: se gioite della sconfitta di chi più di altri ha provato a mettere in discussione i dogmi del rigore e dell’austerity, celebrate la vittoria di Merkel e di Schäuble e della loro visione delle politiche economiche continentali.

Tuttavia, capisco anche loro; anni di narrazione vincista e di adorazione per la vittoria e i vincenti, non potevano non portare all’ammirazione incondizionata del forte che schiaccia il debole. Dopotutto, i più duri nei confronti dell’eresia greca al vangelo teutonico, sono stati proprio i capi di quel Pse, Schulz e Gabriel, certo, ma pure le giovani leve nostrane, che a quelle dottrine diceva di essere alternativo.

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