Una mutazione in due battute

In questi giorni, due battute e le relative reazioni da parte di esponenti o “militanti” delle aree culturali che sui media e nei social network si rifanno a una certa idea di sinistra e riformismo, mi hanno dato meglio di un approfondito saggio il senso della misura degli esiti a cui ha condotto quella che, con i termini pasoliniani, potremmo definire “la mutazione antropologica”, che nei comportamenti della base riflette le parole dei vertici.

Mi riferisco alla battuta, troppo facile e nemmeno particolarmente bella, nata dopo le dichiarazioni di Renzi al Cern sul fatto che, a parer suo, lì ci sarebbe “l’Europa migliore”, banalmente giocata sulla considerazione che quel “lì”, per quando Europa, non fosse, fisicamente, né area Ue, né zona euro, e all’altra, meno facile ma decisamente più brutta, pubblicata nella stringa satirica de l’Unità  e che ironizzava sullo sciopero dei lavoratori di una nota casa del mobile svedese.

A contrastare l’irriverenza della prima, schiere di pompieri della polemica (ma era una battuta), di esperti di progetti internazionali di ricerca nucleare spuntati come funghi (atomici, immagino), di censori dell’ironia potenzialmente delegittimante delle istituzioni dell’Unione europea (cosa che non è il Cern), di pedagogici conoscitori della geografia fisica tesi a dimostrare come la Svizzera fosse Europa (quasi che qualcuno l’avesse attribuita all’Oceania). A difendere la liceità della seconda, grosso modo gli stessi, ma questa volta con i panni dei tutori del diritto di satira (anche se l’aspetto davvero satiricamente dissacrante fosse il fatto che quel dileggio dello sciopero avvenisse sul giornale che ancora porta la scritta “fondato da Antonio Gramsci”).

Capisco che l’anonima cassiera o lo sconosciuto addetto agli scaffali non saranno mai cool quanto Fabiola Gianotti, però è comunque gente che lavora e si suda il poco che gli danno: se protesta perché non ce la fa, vi sembra materia su cui fare ironia? Soprattutto da sinistra?

Ecco, secondo me il punto è questo: chi è oggi la sinistra? No, non cos’è, ma chi è che dice, pensa, crede di farne parte. Ho visto schiere di sedicenti interpreti di quel modo di stare al mondo festeggiare per le parole dure di Guy Verhofstadt rivolte ad Alexis Tsipras nel Parlamento europeo. Il campione dei liberali espressione del ricco e forte nord europeo che se la prende con la sinistra mediterranea e col capo del governo del Paese economicamente più in difficoltà prende gli applausi di quelli che sostengono un partito che ha “socialista” nel nome del suo gruppo europeo? Pare di sì, un po’ come le parole di Schulz e Gabriel contro l’esito del referendum in Grecia o la chiusura delle frontiere contro i migranti fatta da Hollande.

Ho avvertito, dagli eletti e dagli elettori dei partiti che si riconoscono nel Pse, più astio contro le politiche di Syrira che contro il muro “anti-profughi” costruito da Viktor Orbán, non ricordo una parola contro i valli di Ceuta e Melilla eretti in faccia alla povertà, non mi sovviene una volta in cui, seriamente, si sia avuto uno spirito europeista che fosse al di là della vuota retorica o della semplice applicazione di regole di bilancio. E non vedo cambiamenti di sorta.

Pensandoci bene, questa mutazione è in fondo solo un ritorno. Il drammatico trentennio che ha sconvolto il Continente nella prima metà del secolo scorso, con due guerre mondiali e tante ignominiose barbarie che basterebbero, se fossimo onesti, a farci smettere la boria giudicante verso altri popoli almeno per il prossimo millennio, fu possibile anche perché quelli che dovevano opporsi non lo fecero. Oggi, nelle parole di quanti si dicono “europeisti”, suona un nazionalismo triste che va dal puerile “i greci devono fare i compiti a casa loro, come li abbiamo fatti noi”, al becero “vendano il Partenone e le isole, se non hanno i soldi”. Nell’agosto del 1914, alla borghesia e alle nobiltà europee non parve vero che da Vienna a Parigi, da Berlino a Londra, su entrambi i lati degli schieramenti bellici, i socialisti votarono per i crediti militari e a favore delle politiche di guerra dei rispettivi governi. Con quel voto, e non poteva essere diversamente, finì pure la II Internazionale, e si incamminò, senza resistenze culturali adeguate, il processo di disfacimento della fraternità fra le classi subalterne d’Europa, per l’interesse e l’arricchimento delle élite.

Rischiamo ora, forse, lo stesso fallimento, con il giubilo di quelli che dovrebbero difendere gli ultimi e più deboli, e che invece s’acquattano dietro le azioni dei primi e più potenti, inseguendone e facendone propri modi, pensieri e argomenti. E tutto appare normale.

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