Onorevole Orfini, intende dire che ho sbagliato a votarvi?

Ai delegati dell’Assemblea nazionale del Pd, rispondendo alle domande sull’eccezionale e inspiegabile assenza, nella relazione del segretario Renzi, di parole e risposte in merito ai temi posti dalle proteste e dagli scioperi sindacali, e alle critiche su questo silenzio espresse, tra gli altri, da Cuperlo e Fassina, Matteo Orfini ha detto: “io non credo che il Partito democratico sia nato per rappresentare quelli che erano in piazza l’altro giorno”.

Poi, certo, ha spiegato che gli stessi non possono essere considerati dei nemici, ma ciò avrebbero potuto dirlo anche Alfano o Sacconi, oppure Grillo e Salvini: nessun politico può considerare nemici una parte intera del popolo della Nazione che è chiamato a guidare o che si candida a farlo.

Il concetto espresso dal presidente del Pd è invece un altro: quel partito non nasce, né vuole ora, rappresentare quel popolo. Punto. E non ha tutti i torti. Il Partito democratico non nasce per garantire quella rappresentanza, anzi. Nasce come soggetto equidistante dal lavoro e dall’impresa, nella vulgata veltroniana del “ma anche”. Molti di quelli che a quel soggetto non aderirono, né si lasciarono affascinare dalle narrazioni felici dei tempi del Lingotto (me fra loro, come spiegavo al tempo), non lo fecero proprio per quella sua visione fintamente estranea alla partigianeria esistente nel mondo dell’economia e della produzione. Fintamente, perché se fra i forti e i deboli non si prende parte, è chiaro che si favoriscono i primi a scapito dei secondi.

La segreteria Bersani, in quel senso, apriva un discorso diverso sul mondo del lavoro, rispristinando, almeno nelle premesse, una situazione più consona alle corde di quello che avrebbe dovuto essere un’idea socialista e socialdemocratica. Orfini, di quella visione, dovrebbe saperne qualcosa, visto che in quella segreteria lui c’era. Una concezione diversa, quella bersaniana, che convinse alcuni ad aderire (parlo per esperienza personale), anche se poi si arenò nel momento in cui probabilmente, se non sicuramente, sarebbe servito più coraggio nell’affermare le proprie idee e non cedere ai ricatti dei mercati e degli inquilini delle stanze damascate del Quirinale e dei palazzi in vetro di Rue de la Loi a Bruxelles.

Oggi, il partito nato equidistante fra impresa e lavoro che era progressivamente divenuto socialista, tanto da iscriversi in quel gruppo nel consesso parlamentare europeo, si riscopre alieno rispetto alla voce dei lavoratori sindacalizzati, e rivendica, nelle parole del suo presidente, di non averne (né volerne) la rappresentanza. Sì, ha ragione lei, onorevole Orfini, il Pd non è nato per rappresentare quelli che hanno manifestato l’altro giorno. Poteva riuscire a diventarlo, e per un momento è stato quasi così: ma ci ha rinunciato, correndo in soccorso dei vincenti nella lotta fra capitale e lavoro e dei potenti dell’economia mondiale.

Ho però un problema, presidente Orfini: io ero in piazza contro il Jobs Act, io contro quello ho scioperato e io ho votato per il partito che la eletta e che oggi, nelle sue affermazioni e con i suoi voti, orgogliosamente rivendica di non dovermi rappresentare. E come me molti altri, centinaia di migliaia, forse milioni di elettori.

Lei, giustamente dal suo punto di vista, dice che non è la mia rappresentanza il suo lavoro, il compito del partito che presiede e di cui fa parte. Bene. Ma io penso che il voto sia la scelta dei propri rappresentanti. Mi sta forse dicendo che, votando il partito di cui è così importante e autorevole esponente, ho sbagliato? Che avrei dovuto sceglierne un altro? Mi sta forse dicendo che, alle prossime elezioni, è meglio che porti il mio consenso da altre parti, perché voi non siete, né volete essere, il partito che può rappresentarmi?

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