A cena con mille euro, dall’estetista tutte le settimane

Cosa lega una cena di finanziamento per ricchi disposti a spendere mille euro per il partito di Renzi, e la neo renzista Moretti che spiega in un’intervista come sia necessario, per lo stile ladylike suo e delle sue colleghe giovani e in carriera, andare dall’estetista una volta a settimana? Nulla, a parte il fatto di chiarire meglio di centinaia di saggi la mutazione dell’apparato retorico e del riferimento politico a cui guarda il nuovo Pd renzizzato.

Nel vecchio partito di Bersani, se qualcuno avesse detto della Bindi “che ha mortificato la bellezza”, per fare solo un esempio, la base e i vertici si sarebbero ribellati, come accadde quando fu Berlusconi a fare una battuta del genere, e militanti e dirigenti indossarono le magliette con la risposta, dura ed efficace, della deputata democratica: “non sono una donna a sua disposizione”. Una sortita non dissimile fatta dalla Moretti, non suscita alcuna reazione, nemmeno un moto d’orgoglio per la femminilità ridotta a mero fronzolo ornamentale del potere, a parte i soliti “gufi, rosiconi, nemici del cambiamento”.

Così come, quando era la destra a ironizzare sul partito che doveva friggere le crescentine per racimolare due lire, mentre a loro bastava organizzare un incontro con pubblico ben pagante, dalle parti della sinistra si rivendicava l’orgoglio di essere forza democratica e popolare, che dalla partecipazione diffusa, e non dal censo dei partecipanti, traeva la propria forza e capacità organizzativa. Ora, invece, il Pd invita gli imprenditori, probabilmente gli stessi che invitavano prima gli altri, a cene senza odori di fritto e con menù sofisticati.

Perché accade questo? Beh, perché il partito si fa trendy, e quindi vuole “contare fra la gente che conta”, lasciando che gli altri si contino da soli. Che poi, senza soldi e potere, dove mai andranno a contarsi?

Il Pd renziano vuole esser il partito delle possibilità, sì, ma soprattutto per quelli che hanno qualche merito, che hanno qualcosa da dire, o molte cose da dare, che sono vincenti e che sanno affermarsi. Gli altri, i perdenti, quelli che non hanno nulla da affermare e che non sanno nemmeno parlare, che non hanno alcun merito, e che forse non hanno semplicemente nulla, s’arrangino.

Cosa dice la Moretti in quell’intervista? Cosa dicono gli invitati a quella cena? “Noi siamo qui, perché siamo quelli che hanno vinto”. D’altronde, non vedrete mai ricchi commensali correre ai tavoli degli oppositori né abiti costosi e abbonamenti settimanali per la manicure nelle case dei poveri.

Perché qui il punto è politico. Se il Pd sceglie di rappresentare esclusivamente quelli “bravi, intelligenti e belli”, per dirla alla Moretti, o solo i meritevoli, per dirla all’antica, che è di solito il modo in cui i primi e i ricchi definiscono sé stessi, allora non è più il mio posto. Perché io penso a un partito che guardi inclusivamente agli ultimi, a quelli che perdono e agli sconfitti, dalla storia e nella società. E perché credo che far politica da sinistra sia ancora lavorare per “una società più libera e più giusta”, anzi, più libera perché più giusta, ché la liberta che intendo è quella dal bisogno, non quella delle opportunità potenziali e mai realizzate per quelli che nascono nelle case sbagliate, nei paesi sbagliati, nelle classi sbagliate.

Per garantire i bravi e i capaci, i vigorosi e gli abili, non serve la sinistra: basta la legge del più forte. È per tutelare quelli che non ce la fanno che serve, per difendere i deboli che serve, per dare agli ultimi non le potenzialità eventuali di farsi primi, ma la certezza sicura di non essere soli e di potercela fare anche loro che serve.

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