La deriva giacobina

Poletti, dopo la decisione della Uil di proclamare congiuntamente con la Cgil lo sciopero generale contro il Jobs Act e i contenuti della legge di stabilità, scglie di non intervenire al congresso del sindacato guidato da Barbagallo, che commenta: “per fortuna, il ministro era alla relazione di Angeletti e ha sentito quello che avevamo da dire. Lui, evidentemente, non aveva invece nulla da dire”. La penso come il sindacalista.

L’idea di democrazia che spiega la rinuncia dell’esponente del Governo al confronto è infatti chiara: discutiamo solo con chi la pensa come noi. Gli altri, che siano sindacalisti (sapesse, contessa) che difendono i diritti dei loro iscritti, o giornalisti che (pensi, signora mia) fanno un giornalismo non di rinnovamento, o parlamentari che rivendicano (oddio, ma è scandaloso) la libertà di votare nel merito dei provvedimenti, e non per fiducia presa, sono tutti uguali, tutti nemici del cambiamento, gufi, rosiconi.

D’altronde, Renzi lo dice senza mezzi termini: siccome si oppongono al Governo, Salvini e Camusso diventano “due facce della stessa medaglia”. Cioè, sono la stessa cosa perché protestano contro il medesimo Esecutivo, il suo. E non fa nulla se i giudizi sono diametralmente opposti sulle cose da fare; o con me, o contro di me e, su quel fronte, siete tutti uguali: nemici.

Certo, se applicassimo un identico teorema a lui, dovremmo dire che Renzi, prendendosela con i sindacati, è come Grillo, Berlusconi, Sacconi… No, in effetti, a parte il primo, con gli altri è alleato davvero, per le manomissioni, pardon, per le riforme costituzionali o per le riduzioni dei diritti dei lavoratori, ma per il loro bene, off course.

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