Mi sa che ho capito chi ha perso

“Se voi avete vinto, chi ha perso? La minoranza del Pd?”, chiede Francesca Schianchi su La Stampa di ieri a Maurizio Sacconi. “Il mondo antico che è sopravvissuto al suo disastro storico. Gli ultimi epigoni del Novecento ideologico”, risponde lui. “Il presidente del Pd Orfini”, continua la giornalista, “le ricorda però che lei aveva detto che non doveva cambiare il testo del Jobs act del Senato”. “Infatti”, chiude l’esponente del Ncd, “questo testo è praticamente quello del Senato. Come testimoniano le voci di critica che arrivano da sinistra. Orfini è un cireneo che cerca di tenere insieme l’impossibile”.

Sarà la mia origine cafona, ma il dibattito surreale sulla riforma del lavoro andato in scena negli ultimi giorni mi ricorda una storia raccontatami tempo fa. Era la seconda metà degli anni ’80, nella piazza del paese, il politico venuto dal capoluogo spiegava ai militanti locali del Pci che, nonostante loro fossero il primo partito, e potessero fare le cose che avevano promesso, o almeno provarci, dovevano fare quello che chiedevano gli strani alleati, i democristiani, perché serviva un consigliere in più per la maggioranza assoluta, e altrimenti questi avrebbero fatto l’accordo con liberali e socialisti, escludendoli.

Quei militanti si chiedevano per quale motivo non si tentasse almeno di spingere sulle cose che interessavano di più, insomma, che si alzasse l’asticella e non si realizzasse il programma degli altri per intero. Ma il politico del capoluogo, con giri di parole e formule ardite, spiegava che “sì, avete ragione, ma non dimenticatevi di come stanno le cose. E poi, pensate che se tutto cade, si torna a votare, e magari vincono loro”.

“E che cambia?”, disse un militante fra la folla, “Se tanto dobbiamo comunque fare quello che farebbero loro, se alla fine quelli che vengono menati siamo noi e quelli che festeggiano loro, a che serve?”. “Non è così, compagno”, lo arringò con durezza il politico del capoluogo, “e non è così per questo motivo, e poi per questo, e poi per quest’altro ancora…” e continuò con un lungo elenco di ragionamenti a sostegno della sua tesi, sempre più sofisticati, sempre più impalpabili.

“Giovanni”, urlò il militante di prima verso un compagno, “hai capito la novità?”. “No”, rispose questi. “E tu, Antonio?”, continuò. “Nemmeno”, disse. “Michele, tu hai capito?”. “Per nulla”, si sentì dal fondo della platea. “Ora ve la spiego io”, aggiunse il militante della piazza.

Ma prima di dirvi della sua spiegazione, aggiungo la mia su quanto avviene a proposito del Jobs Act. L’accordo raggiunto peggiora il quadro della situazione. Non per la sostanza immediata che, come dice giustamente Sacconi, non cambia affatto, ma per le possibilità che con quella mediazione adesso si aprono o si chiudono.

Nel testo approvato dal Senato, di licenziamento non si parlava. Quindi i decreti delegati non avrebbero potuto disporne senza incappare in possibili, e fondati, ricorsi per il non rispetto dei limiti direttivi fissati dal legislatore nell’atto della delega al Governo. Se la Camera (e poi di nuovo il Senato) dovesse invece inserire quella materia nella delega, allora l’Esecutivo potrebbe decretare sul tema, e i ricorsi sarebbero più difficili.

Nel merito, poi, all’imprenditore basterà identificare i licenziamenti come derivanti da motivazioni economiche, anche non esistenti, per licenziare qualcuno con al massimo la possibilità di un indennizzo. In questo, c’è da dire, si supera anche l’orrendo istituto delle dimissioni in bianco, ma solo perché ora divengono, di fatto, inutili pure per il più becero dei padroni: se tanto può licenziare quando vuole, a cosa gli servirebbero? Gli basterà dire che non l’ha fatto perché la dipendente si è appena sposata e potrebbe decidere di avere un figlio, ma perché, per motivi economici, il posto che occupava non c’è più. Nella peggiore delle ipotesi, sarà costretto a contribuire all’acquisto di qualche tutina per il nascituro.

E siccome la riforma si applicherà solo ai nuovi assunti, per calmierare i sindacati più conservatori che mirano solo alla difesa dei già tutelati, l’apartheid, come la chiama Renzi, fra i lavoratori è assicurata, anzi rafforzata e incrementata, pure per il futuro.

Dice il vero Sacconi quando spiega in quell’intervista che “Pd e centrodestra condividono il superamento dell’articolo 18”; solo che la condivisione avviene sulla via che i secondi hanno tracciato. Tanto valeva lasciarglielo fare a Maroni nel 2002: perché molti di coloro che oggi festeggiano per il risultato, all’epoca erano in piazza?

Quasi dimenticavo il militante in quella piazza. “La novità, cari compagni, è che pensavamo di cambiare qualcosa e che con queste elezioni saremmo stati meglio, perché quelli lì, che fanno gli interessi dei padroni, li mettevamo in minoranza. Invece, siamo stati gabbati un’altra volta”.

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