Il lusso della fiducia

“La fiducia nel Governo cala al 30% fra quanti pensano che, nel prossimo anno, il reddito della loro famiglia e il livello della disoccupazione sono destinati a peggiorare. Ma si riduce ancor di più (27%) tra coloro che scommettono su un ulteriore deterioramento dell’economia italiana”. Così Ilvo Diamanti, ieri su la Repubblica, nel suo commento all’ultima rilevazione Demos circa gli orientamenti politici degli italiani.

In pratica, si fida del lavoro dell’Esecutivo solo chi pensa che il domani per lui sarà migliore. Gli altri, no. Fra i primi, ci sono gli ottimisti, che non sono novelli Candide, ma persone che sanno, o pensano di sapere, che per loro il futuro sarà migliore. I secondi, invece, e non perché siano gufi pessimisti e rosiconi, temono, o sanno, che l’orizzonte che li attende non è per nulla roseo.

Essi non scorgono risposte alle domande e alle esigenze che hanno nelle politiche e nelle parole dei governanti, e per questo in loro non hanno fiducia. Perché? Beh, semplicemente perché quelle parole di cui il Governo fa professione a ogni piè (veloce) sospinto, nelle orecchie di questi suonano sinistre e minacciose. Cos’altro è se non la previsione di dover pagare di più per i servizi tutta la teoria sulla “necessaria riduzione della spesa pubblica”? Per molti, poi, quella si traduce anche in minori occasioni occupazionali, perché in quei servizi, direttamente o indirettamente, ci lavorano,.

Cos’altro è se non la certezza che un lavoro a tempo indeterminato non arriverà mai, per il precario che ascolta il presidente del Consiglio dire che, in fin dei conti, “il posto fisso non esiste più” e che “l’imprenditore deve poter licenziare”? E non sono pochi, inoltre, quelli che temono, o sanno, che saranno proprio loro a essere licenziati più facilmente e a non essere mai stabilizzati.

Cos’altro è se non la minaccia di un domani più povero il richiamo a un auspicabile “dow­n­ward wage adjust­ment”, modo cool scelto per nominare le riduzioni di salario, e la previsione di un regime pensionistico che arriverà sempre più tardi e con sempre meno soldi, nelle orecchie di quelli che ascoltano in farsi verbo dell’ideologia unica al potere? Tanti così giocano in difesa, e molti ancora vorrebbero farlo e meglio, ma non riescono nemmeno a provarci.

Diciamola in termini antichi: il segno classista del Governo e delle politiche che mette in atto è tutto qui. Da un lato, chi ha la certezza di un domani migliore che può consentirgli di cogliere i frutti delle magnifiche sorti e progressive del Paese e della sua élite al comando, ha in questo e in quella fiducia e nutre aspettative, ovviamente, all’altezza di tale sentimento.

Quelli che hanno timore, o certezza, che l’alba potrebbe coglierli incapaci di arrivare al tramonto seguente, semplicemente, non ne hanno affatto, anche perché proprio a loro i governanti e tutto l’entourage di coreuti e corifei spiegano che nel mondo della concorrenza meritocratica, ce la fanno solo i bravi (e forti), mentre i meno competitivi (e più deboli), soccombono per colpa loro: it’s the competition, baby.

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