Perché Assunta è stanca

Assunta ha 52 anni, vive a San Giovanni la Punta, in provincia di Catania, e insegna alle scuole elementari di Zafferana Etnea, all’ombra del grande vulcano. Assunta è di ruolo e non le pare vero di insegnare a soli 30 chilometri da casa. Assunta si ritiene fortunata.

Soprattutto se pensa a suo marito, Salvo. Anche lui è insegnante, di tecnologia alle medie. Ha due anni più di lei, ma a scuola ci lavora da meno tempo: prima faceva altro, però non è andata come speravano. Così ha iniziato a fare domande nelle scuole, e con la Ssis, le ormai passate scuole di formazione per i docenti, dieci anni fa si è abilitato. Il governo Prodi, nel 2006, gli aveva anche fatto balenare la speranza del ruolo, con le graduatorie a esaurimento e la promessa di 150.000 assunzioni in tre anni.

Poi quel governo è caduto, e il successivo s’è rimangiato la promessa delle assunzioni, ma non quella delle graduatorie chiuse. Così, quando Tremonti e Gelmini nella scuola pubblica hanno tagliato tutto quello che riuscivano, e anche di più, Salvo si è ritrovato bloccato in una graduatoria che non dava accesso nemmeno alle supplenze, perché le cattedre sulla sua materia erano passate da 83 a 15.

Dopo le proteste iniziali dei sindacati, il governo aveva previsto la possibilità di spostarsi in altre province per gli insegnanti rimasti senza lavoro, ma solamente in coda, cioè dopo tutti gli altri. I 103 punti in graduatoria di Salvo, diventavano in questo modo meno dei 18 dell’ultimo nella graduatoria di Biella, dove scelse di fare domanda. Ma gli bastavano ugualmente per accedere a supplenze annuali, e nel 2009 ci andò.

Ma a lui non pareva giusto, e nemmeno alla Corte Costituzionale, che dopo ricorsi e controricorsi, diede ragione a quelli che rivendicavano il diritto al pari riconoscimento del loro servizio e dei titoli in tutto il territorio nazionale. Il governo fu così costretto ad aprire ai trasferimenti con inserimento a pettine in graduatoria, secondo il proprio punteggio, e così, ora pure Salvo è di ruolo, a Biella, a 54 anni, e pure lui, come Assunta, si ritiene fortunato.

Più di sua figlia, Marta, che di anni ne ha 25, si è laureata in architettura, a Roma, e lavora da due in un call center. “Almeno lì mi pagano”, dice, non come negli studi professionali dove ha fatto dei colloqui, e in cui di soldi non si doveva nemmeno parlare, perché per loro, già era tanto “la straordinaria occasione di formazione” che le stavano offrendo, come si sentì dire al terzo colloquio uno stimato architetto e parlamentare. Lei, però, quell’occasione straordinaria non poteva coglierla, con suo padre che risparmiava per pagarsi i voli da Malpensa o Caselle a Catania e sua madre, da sola, a crescere suo fratello Filippo ancora alle superiori. Quindi, tutte le mattine, si alza e parte dalla sua camera in una casa che condivide con altre due amiche, in via di Tor Pignattara, e si fa un’ora e mezza di bus e metropolitana, per arrivare sul posto di lavoro, dalle parti del parco di largo Labia. Ma come si suoi genitori, anche lei si sente fortunata, perché sa guardarsi intorno, e pure indietro.

Però Assunta è anche arrabbiata. Ancor di più, è disillusa. Lei credeva nella politica, e credeva nella sua parte politica. Poi ha visto che quella parte aveva smesso di stare dalla propria. Per esempio, non ha avuto il coraggio (o la volontà, pensa ora), agli inizi del 2008, di andare fino in fondo con l’assunzione di quelli come Salvo. E non li ha difesi, quando rivendicavano il loro diritto, almeno, a poter lavorare fuori dalle proprie case con il giusto riconoscimento del proprio lavoro e della propria formazione. Anzi, un deputato di quella parte, poi divenuto senatore, presentò un progetto di legge insieme alla Lega per impedire quei trasferimenti di terroni che rubavano il lavoro ai padani.

E non ha combattuto la precarietà di sua figlia. Anzi, si è alleata con quelli che questa avevano reso sempre più possibile per chi la voleva e insopportabile per quanti erano costretti ad accettarla. E quando guarda al suo figlio più piccolo, Filippo, teme ancora di più per il futuro, così risparmia tutto quello che può per cercare di dare a lui ciò che potrà servigli. Anche fossero solamente i soldi per andarsene all’estero.

Assunta vota ed è iscritta al Pd. Anzi, votava ed era iscritta. Perché non lo sa più se vuole ancora esserlo. Perché del Pd è anche quel senatore prima deputato e quel parlamentare pure architetto. Assunta sa di essere di sinistra, ma non capisce come possa esserlo lei e quelli che, nel suo partito, non fanno una piega, anzi sembrano contenti,  di essere alleati con la destra a così tanti livelli e da così troppi anni che ormai è sempre più arduo chiamarle eccezioni.

E poi, Assunta è stanca di essere additata dal segretario nazionale del partito a cui è iscritta e che vota quale responsabile della mancanza dei diritti di Marta, perché difende il diritto a difendere quelli che ha per estenderli a coloro che ne sono esclusi, dei mali del Paese, perché fa parte di un sindacato che sarà in piazza il prossimo 25 ottobre, della contrazione dei consumi, perché non abbastanza fiduciosa da spendere anche quel poco di aumento che gli è stato dato. Ogni mattina, nella sua casa di San Giovanni la Punta, quando accende la tv, scopre che lei è un gufo, una rosicona, una paludosa nemica del cambiamento. Pensa a suo marito a Biella, a sua figlia a Roma e a suo figlio che di lì a poco dovrà svegliare, e si chiede: “per tutto questo, bastano gli insulti o devo pure dargli il voto e pagargli la tessera?”.

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