Tagliare le tasse è sempre giusto? Dipende

“Abbassare le tasse, come tagliare gli sprechi, non è di destra né di sinistra: in Italia è semplicemente giusto”. Twitta così il presidente del Consiglio dei ministri per spiegare, in 140 caratteri, il senso ultimo della sua manovra finanziaria.

Sul tagliare gli sprechi, concordo e sottoscrivo. Sulle tasse, dipende. Perché se le tasse le tagliamo in basso, è un conto, se le tagliamo in alto, un altro. Così come, se si riducono le imposte sul lavoro, si fa giustizia, se si abbassano sulla rendita si alimenta un privilegio. D’altronde, è vero pure il contrario: sarebbe giusto aumentare la tassazione sui patrimoni, cosa che non viene quasi mai fatta, non lo è per nulla farlo su altri aspetti, come sul salario differito, cosa che invece si farà con l’inserimento del Tfr in busta paga assoggettandolo agli altri redditi.

E ancora, non è tanto giusto abbassare le tasse tagliando non gli sprechi, ma i trasferimenti agli enti locali, che comporteranno riduzioni dei servizi, soprattutto in tema di sanità e trasporto pubblico, colpendo di più chi meno può permettersi di spendere per soluzioni alternative a quelle offerte dal comparto pubblico.

“Ma c’è la crisi, bisogna fare dei sacrifici”. Ho mai negato l’una o l’altra realtà? Dico solo che i sacrifici li fanno sempre e solo gli stessi, e spesso senza nessuna contropartita, facendo felici i cultori dell’argomento del sacrificarsi “senza chiedere nulla in cambio”. “Però è necessario risollevare l’Italia”. Ovvio, ma “non si risana il Paese sulla pelle dei lavoratori”, perché in questi anni di crisi si sono perse centinaia di migliaia di posti di lavoro e fonti di reddito medio-basse, ma i patrimoni al vertice della piramide non solo non sono stati intaccati, ma sono addirittura cresciuti.

Una politica giusta, oggi, dovrebbe essere una politica di redistribuzione, che prenda a chi ha di più per dare a chi ha di meno. Se invece anche le uniche misure redistributive che vengono assunte, alla fine sono finanziate da tagli ai servizi o differenze negative in termini di tassazione, il rischio è che quella redistribuzione avvenga solo all’interno dei medesimi strati, mentre le vette che si dividono il grosso della torta non siano minimamente scalfite.

Che poi è un po’ quello che succede con tutta la prosopopea della lotta ai privilegi lanciata da Renzi in questa sua stagione di governo. Alla fine, i privilegi che vengono additati quali insopportabili affronti all’equità, sono i diritti dei dipendenti a tempo indeterminato, a cui vengono contrapposti i precari sottopagati, senza che minimamente si mettano a confronto questi con le alte sfere della società.

Perché poi, scavando, scavando, la realtà ultima delle cose è tutta lì. L’élite al potere ha tutto l’interesse di contrapporre gli interessi di Marta, con i suoi 700 euro precari, a quelli di sua madre Assunta, e i suoi più stabili 1.150, o di sua nonna Ada, con i definitivi 850 di pensione, anche se, in fin dei conti, questi per molti versi coincidono. Mentre è molto più arduo trovare il punto di unione con quelli di chi di privilegi parla dall’alto dei propri redditi e al riparo delle sue sicurezze.

Ripartire da questa considerazione di coincidenza degli interessi per ricercare le possibili strade capaci di ricomporre un concetto compiuto di coscienza di classe, o solidarietà nella ricerca delle soluzioni, se non vi piacciono i termini classici, forse è l’unica via per ricomporre qualcosa che sappia di sinistra nei fatti, e non suoni tale solamente nelle parole.

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