Il paradosso oppositivo

Sempre più spesso, i commentatori insistono sul fatto che il Partito democratico sia oggi l’unico soggetto politico rimasto. Non so se sia proprio l’unico, ma di certo è il solo ancora organizzato e presente a tutti i livelli, territoriali e istituzionali. Questo è un fenomeno, e come tale viene osservato da quanti indagano la politica per passione o per professione.

Tale unicità, però, porta con sé tutta una serie di conseguenze che spesso sfuggono alle analisi più diffuse, quasi sempre all’approccio che con siffatta realtà hanno quelli che ve ne sono immersi.

Se il Pd è l’unico soggetto politico, esso, al suo interno e nella sua stessa organizzazione, deve assolvere a tutti i compiti della democrazia. Deve, cioè, fare i conti con la varietà di presenze che dentro di sé, in un certo qual modo, sono costrette a vivere e agire. Se questo partito sta diventando quello della Nazione, di essa e di ogni possibile suo risvolto e ambito deve tener conto. Anche scontando il fatto che così, nella sua stessa organizzazione, non ci saranno semplicemente una maggioranza e una minoranza, ma proprio un governo e un’opposizione. Insomma, se la parte vive il paradosso di farsi tutto, tutto deve diventare, con tutte le complicazioni che ciò comporta.

Se all’esterno del Pd, per esempio, per la minoranza interna non è praticabile alcuna opzione politica (quand’anche non si volesse ritenere i profeti di questa tesi dei cantori di una profezia che, proprio in virtù del loro rimanere nel partito che contestano, si autoavvera), è quasi naturale che essa, dal di dentro, si faccia il più strenuo oppositore del governo del partito che coincide con il governo del Paese.

Un procedere che si avviluppa in un ulteriore paradosso non da poco. Ritenendo quello l’unico soggetto possibile del fare politica, quegli oppositori rimangono al suo interno, tentando, al massimo, di scalarne i vertici con accordi, un po’ come le signorie quattrocentesche, o con scontri e conflitti. Il problema si verifica quando questo modo di intendere la politica come contendibilità del governo si scontra con l’immediatezza del rapporto leader-elettorato.

Se il capo pro tempore del partito è percepito come l’unico deputato a parlare e agire in nome e per conto della Politica tout court, è chiaro che ogni cosa è fatta da lui e per lui. Non si vota il Pd, ma si sta con Renzi, non si è considerati come oppositori alle azioni del Governo, ma si è visti come antirenziani. Ancora di più, il paradosso si sconta quando, pur essendo critici con la politica condotta dal segretario del partito e dal presidente del Consiglio, si lavora per portare consenso al Pd.

Finché il Pd conquisterà voti, il suo leader se ne avvantaggerà, proprio in virtù di quel rapporto senza mediazioni che sembra sempre più diventare la politica attuale. Fino a quando coloro che si oppongono al progetto del segretario voteranno il partito che guida, contribuiranno a rafforzare quello che vorrebbero sostituire. Un cortocircuito che Renzi ha spiegato bene quando ha spianato l’opposizione interna con la forza di quel 41% preso anche grazie al lavoro di quella stessa opposizione.

Infine, se il partito unico si muove come un sol uomo perché i rapporti di forza al suo interno sono chiaramente immodificabili, qualsiasi azione di minoranza che tenti di essere più della mera testimonianza o della resa interessata, è destinata a fallire. Cosa dice infatti il segretario del Pd e i suoi ascari e amazzoni: “nel partito si discute, si discute e si discute ancora; poi si vota e ci si adegua a quello che ha deciso la maggioranza”. Ma in una situazione in cui la maggioranza è così ampiamente definita, e non contraddice mai le parole del capo, a che serve quel discutere, se poi quando si vota, comunque, passa la linea del segretario?

Certo, qualcuno potrebbe chiedersi: “come si esce da questo paradosso nel paradosso?”. Non ho risposte precise. Di certo, non credo se ne possa mai uscire continuando a correre come criceti in una ruota per il solo divertimento del padrone della gabbia. Perché se nel partito unico deve essere contenuta anche l’opposizione, questa deve avere coraggio e forza per comportarsi come tale. Pure a rischio far saltare lo schema.

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