Piove, burocrazia ladra

Colpa della burocrazia se Genova è finita, di nuovo, sotto fango e acqua. Una burocrazia paludosa, responsabile pure della morte di un uomo, incapace di dar corso ai lavori per i quali erano già pronti i soldi e che, impigliatisi fra ricorsi e cavilli, non si sono potuti assegnare a chi se li era aggiudicati.

Dev’essere così, se lo dicono tutti. Dev’essere colpa degli uffici e del Tar, non dei torrenti intombati. Dev’essere colpa dei funzionari e degli avvocati, non dei palazzi sorti nel bel mezzo di quelli che erano i letti dei fiumi. Dev’essere colpa dei dirigenti e dei giudici, non di una programmazione territoriale assente per sessant’anni, di un’edilizia praticata senza alcun criterio, di un consumo del suolo che assume in quella città forse gli aspetti più drammatici, e reso possibile dalla complicità della politica e dal silenzio dei cittadini.

Perché, diciamocela tutta, Genova va sott’acqua anche per colpa nostra. Di noi che c’indigniamo dinanzi ai mostri edilizi, però cerchiamo l’escamotage per allargare il terrazzino della villetta al mare, di noi che guardiamo con smorfie disgustate il farsi casta del ceto politico, però corriamo a chiedere il condono per il piccolo abuso, chiudendo l’occhio sulla grande opera, di noi che “è necessario il riassetto del territorio urbano” e subito dopo “ma proprio a me tocca dover rinunciare al parcheggio sotto casa, al centro commerciale vicino, alla nuova lottizzazione che farebbe salire il valore del mio terreno?”.

Colpa di tutti, anche se non abitiamo a Genova. Perché quello è solo l’ultimo evento che chiamiamo straordinario per non volerne affrontare le ragioni. Burlando oggi è presidente della Regione. Una ventina d’anni fa era sindaco, e parlava di abbattere alcuni quartieri e ripensare la pianificazione della città. Cos’è successo da allora, cosa ha fatto, cosa sarebbe successo se l’avesse fatto?

Cosa avrebbero commentato i cultori della crescita a cemento e acciaio, se qualcuno si fosse opposto alla realizzazione dei condomini a Quezzi? Cosa avrebbero detto, se qualcuno si fosse dichiarato contrario alla realizzazione dei palazzi sul corso del Fereggiano? Cosa avremmo dovuto sentire, se cittadini o forze politiche si fossero mobilitate contro la spregiudicata crescita di quella città che ora cerca a mare anche lo sbocco per una circonvallazione, perché non sa più come respirare sulla terra? Lo sappiamo già, chi avesse detto “no” a quell’uso indiscriminato di suolo e territorio, sarebbe stato etichettato come “i soliti tre, quattro comitatini che si oppongono al progresso e allo sviluppo”.

Certo, ora è colpa dei funzionari che non hanno affidato quei lavori, perché sopra vi pendeva un ricorso, non di chi ha fatto le leggi che prevedono, e pure giustamente, visti i precedenti, di non  affidare i lavori se su di essi pende un ricorso motivato. Oggi è colpa di chi, di fronte a un ricorso, ha voluto vederci chiaro, anche perché per anni in questo Paese, proprio per essersi sempre voltati di lato, abbiamo avuto i casi come quello dell’Aquila, ancora più tristi perché perpetuati giustificando le procedure d’urgenza e semplificate per favorire gli amici sulla pelle di un bisogno reale e immediato. Adesso è colpa della giustizia che applica la legge, come se non fosse da anni che quei problemi ci sono, pure perché si son fatte leggi che ne hanno consentito il crearsi.

C’è da spalare un’intera città, sperando che non piova ancora. C’è da ricostruire un’intera coscienza civica, sperano che non si perda nel fango. La coscienza di chi provi a capire quali siano le proprie responsabilità e che non creda a quelli che cercano l’untore da additare alla folla per coprire le loro.

Ma soprattutto, una coscienza capace di riappropriarsi della verità da sempre nota e quanto mai chiara e semplice: non si può caricare sulle spalle di un territorio più di quanto esso possa sopportare e non si può crescere all’infinito in uno spazio che è finito.

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