Il rischioso parametro della rapidità

Se uno ha fame, chiaramente ha fretta di mangiare. Se uno soffre, chiaramente ha fretta di essere curato. Se uno vede la propria casa andar a fuoco, chiaramente ha fretta di avere soccorsi. In tutti questi casi, e in altri simili, la velocità non è consigliata, è indispensabile, altrimenti l’azione rischia di essere inutile.

Il problema di oggi, però, è che la rapidità è divenuta parametro ineludibile anche per il ragionamento. Un problema che nasce da lontano, certo, da quella coincidenza fra medium e messaggio che da anni è l’unico modo in cui il pensiero pare articolarsi, almeno nella sua parte comune e diffusa. Ora che quel medium richiede sempre più brevità e concisione, anche il messaggio deve adattarsi, e con esso, purtroppo, anche il pensiero.

La slide, il tweet, lo spot,  stanno diventando il modo preferito, concettualmente unico, in cui si articola la comunicazione e, di conseguenza, quello su cui deve essere parametrato il pensiero. Per far questo, è necessario che un pensiero, qualunque pensiero, perda alcune delle sue peculiarità, si assottigli, si alleggerisca. Un po’ quello che succede con la musica trasformata in file mp3, anche il pensiero, per essere velocemente scambiato, deve perdere qualità. 

In una società che pensa se stessa come sempre più nomadica, si deve poter “viaggiare leggeri” (Nomadologia di Deleuze e Guattari, in questo, è un illuminante antesignano), e la cultura che il singolo può portarsi dietro, come il valore dei metalli per le popolazioni nomadi, appunto, deve essere concentrata e poco elaborata. Ma per far questo, essa diventa pure superficiale, non profonda, non articolata.

Se deve poter esser letto fra le paure di una vita sempre più frenetica, un testo non può essere pieno di incisi, correlate, rimandi: deve essere chiaro e semplice. Un po’ quello che accade con i sistemi operativi dei computer: non importa quanto sia difficile quello che loro devono fare, purché per l’utilizzare sia semplice usarli. E se si ignora quello che il software di per sé fa, è meglio: l’importante è che esso risponda alle nostre domande.

Ma se ciò può valere sul piano delle macchine, importando lo stesso schema lo sul piano del pensiero eliminiamo tutta la natura propria che esso ha o dovrebbe avere: quella del pensare, appunto. L’arrivare a un concetto o il prenderne possesso è un lavoro lungo, meticoloso, anche faticoso. L’idea che tutto possa essere semplificato e immediatamente disponibile, ne riduce la qualità e ne snatura la portata: in poche parole, il pensiero si perde.

O meglio, se ne perde la sua disponibilità per tutti, proprio predicandone la messa a disposizione. Fateci caso, ritornando all’esempio del computer. Molti di noi (io per primo) non hanno alcuna idea di come sia fatto un pc né di quali logiche e sistemi sottendano al suo funzionamento. Eppure li usiamo, soprattutto, li compriamo. Questo vale per i cellulari, le automobili, le lavastoviglie: costruiti attraverso procedure e studi complicatissimi, gli oggetti di uso comune devono essere semplici da usare. Se qualcosa non funziona, siamo costretti a rivolgerci agli specialisti. E non ci chiederemo mai perché ieri si usava una versione x di un programma, e oggi la y: avranno deciso così i detentori degli arcana imperii nascosti dietro le cose di quel mondo.

Il medesimo schema applicato al pensiero, fa di noi dei semplici utilizzatori di concetti altrui, non anche costruttori di pensieri comuni e condivisi. E pure quelli li utilizziamo senza sapere come funzionano, e ugualmente con questi può capitare che vengano sostituiti da altri, senza che non ci chiediamo il perché. Insomma, il rischio concreto dell’adeguarsi al parametro della rapidità, è di smettere di essere pensanti, per trasformarci in semplici consumatori di messaggi che del pensiero hanno solo l’immagine; come una slide, un tweet, uno spot.

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