Per pensare a tutti gli altri

“Il merito è di sinistra, la qualità è di sinistra, il talento è di sinistra; io voglio stare dalla parte dell’eguaglianza, non dell’egualitarismo”. Bello, affascinante, coinvolgente: come discorso da moderno leader, non c’è dubbio, quello di Renzi alla festa dell’Unità a Bologna è stato un capolavoro.

Il problema, semmai, è che sposta le coordinate del discorso politico della sinistra su temi che non le sono propri. E sinceramente, la puntualizzazione “sono per l’uguaglianza, non per l’egualitarismo” è un po’ debole, poco più di un calembour, considerato che quello, nei termini e nei modi in cui lo perseguivano i movimenti socialisti delle origini, ormai non lo predica, non dico pratica, più nessuno.

Il fatto è che dire che il merito, la qualità e il talento sono di sinistra, fissa l’attenzione sulla ineluttabilità della competizione, allontanandola da campi quali quello della libertà dal bisogno, della partecipazione alla vita collettiva, della solidarietà; in sintesi, distraendola dal perseguimento dell’uguaglianza realizzata attraverso la rimozione, con le parole dell’art. 3 della Costituzione repubblicana, degli “ostacoli di ordine economico e sociale” che, concretamente, la limitano. Perché è vano parlare di merito, qualità, talento se basta nascere sulla sponda sbagliata del Mediterraneo o in un quartiere a rischio di una periferia di Napoli, per vederli vanificati dalla spranga cattiva di uno scafista o dalla Beretta frettolosa di un carabiniere.

Inoltre, non è vero. Il merito non è di sinistra, la qualità non è di sinistra, il talento non è di sinistra. Primo, perché sono anche di destra. Pure la destra persegue la meritocrazia competitiva come modello, pure la destra cerca la qualità nel suo agire politico, pure la destra premia il talento; se non lo fa da noi, è semplicemente per le pessime peculiarità del conservatorismo nostrano. Secondo, perché proprio la sinistra non è nata per quello.

Se fosse per riconoscere i meriti, gratificare le qualità e premiare i talenti, la sinistra non sarebbe esistita. Non perché questo non sia giusto e opportuno, tutt’altro: quello dovrebbe essere il minimo comun denominatore della società, non la particolarità di un’azione di parte o il riconoscimento di una partigianeria politica. La sinistra, invece, nasce per perseguire l’uguaglianza, praticandola. E l’accusa di egualitarismo è il modo becero in cui i conservatori dei propri privilegi hanno cercato di delegittimarne l’azione, ma anche l’assunzione debole che una dannosa falsa coscienza e una perdurante subalternità ne ha riportato i riverberi all’interno delle forze politiche che si dicono di sinistra.

I meritevoli ricchi di qualità e talenti sono i più forti. È giusto valorizzarli, ma non è la loro tutela il compito della sinistra. Loro non ne hanno bisogno: basta lavorare alla rimozione di quegli ostacoli di cui parla la nostra Carta per perseguire la liberta e l’uguaglianza, dando a questi la possibilità di affermarsi secondo la propria natura. Essi, quelli capaci, quelli come Renzi, ad esempio, si affermano da soli. Io voglio pensare a tutti gli altri.

Voglio pensare a quelli che non hanno nessuna qualità particolare, nessun merito reale, nessun talento da far fruttare.  E non per togliere qualcosa ai migliori, ma per garantire il necessario anche a loro. Trova senso, la sinistra, nel guardare agli ultimi, non ai primi, ai vinti dalla Storia e nella società, non ai vincenti, a quelli che hanno meno, anche in termini di qualità, talenti e meriti.

Perché se pure noi dobbiamo pensare ai più bravi, a tutti gli altri chi ci pensa?

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