La scandalosa ovvietà di Bertinotti

Bertinotti è l’icona preferita da quelli che cercano di prendere in contraddizione certa sinistra radicale nelle idee almeno quanto raffinata nei modi, nelle parole e nella cultura. È l’emblema del radicalismo chic, il simbolo dei “comunisti in cachemire”, come spregiativamente la destra in seta lucida e lustrini nostrana per anni s’è divertita a chiamarli.

Non stupisce, quindi, che da lì siano venuti i commenti sprezzanti a quello che è stato definito “il suo pentimento”. Un po’ di più, ma nemmeno tanto, lascia perplessi il dover notare che anche da molta parte della sedicente sinistra, quegli stessi commenti siano condivisi e amplificati.

Cos’ha detto infatti l’ex segretario di Rifondazione Comunista? Che rispetto alla tutela dei diritti dell’individuo, la sua tradizione culturale ha fatto meno di quella liberale. Inoltre, ha definito sconfitto il mondo a cui ancora ritiene di appartenente, per la falsificazione del suo mito incarnato nel socialismo reale e per l’azione vincente del capitalismo su scala globale, aggiungendo che, nel mondo che c’è oggi, pure l’azione politica di sinistra non può prescindere dall’attenzione, peraltro giusta, ai temi delle libertà dell’individuo propri del pensiero liberale. Tesi non nuova, propria del socialismo liberale e di tutti coloro che, da sinistra, pensavano, come Riccardo Lombardi e Sandro Pertini, che non si potesse disgiungere la libertà dalla giustizia sociale, ma nemmeno questa da quella.

Tutto così ovvio che non ci sarebbe nemmeno da commentare.

Poi, Bertinotti ha detto che il comunismo ha sacrificato il diritto al dissenso rispetto ai propri obiettivi politici. E pure qui, quale sarebbe la novità? Bisognava tacere su tutto, anche sui carrarmati mandati a reprimere i fratelli socialisti, e chi dissentiva, per rimanere in Italia e al Pci, penso a Giuseppe Di Vittorio e Antonio Giolitti, e in anni diversi, a Luigi Pintor e persino a Pier Paolo Pasolini, ma pure a Pietro Ingrao alla cui visione s’avvicinò Bertinotti giungendo al Pci dal Psi, e a come furono trattati dagli stessi che poi, con la medesima adesione fedele e acritica con la quale avevano difeso il principio della lealtà al partito, li hanno superati nel prendere le distanze dalle idee e dalle parole di quegli anni.

E forse, la spiegazione del fatto che molti dei commenti spietati dei sempre vincenti perché pronti a salire sui convogli giusti, è da ricercare non tanto nella loro fede convinta nella cultura dominante dei vincitori, ma nella pratica costante della sottocultura dei dominati, che nell’aggressione dei vinti da altri cercano il simulacro delle proprie vittorie, come penultimi che si sentano primi nel colpire chi è dietro di loro.

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