Come i cavalieri di Calvino

Siamo in deflazione, certifica l’Istat, e non accadeva dal 1959. Però, quello di oggi certamente non è lo stesso Paese di allora, che si preparava al boom e i cui cittadini avevano poco fra le mani, ma tutto per possibilità e aspettative. Ora, abbiamo a disposizione tante cose, ma su queste pende la minaccia della perdita, e la prospettiva e decrescente.

Era l’Italia in attesa di comprare l’auto e il frigorifero, in cui nascevano le speranze più grandi, ma anche quella che emigrava dal sud al nord, dalla campagna alla città, dai paesi alle metropoli europee. Del settentrione in cui la fabbrica diveniva comunità pensante, del mezzogiorno in cui Riforma si legava all’aggettivo fondiaria, e diveniva distribuzione della terra, ma anche superamento del suo ricatto, con i figli dei cafoni che si facevano ingegneri, professori, dottori.

E il 1959 era l’anno in cui a Gela l’Eni iniziava l’estrazione petrolifera in mare e Aldo Moro diveniva segretario della Dc, e nel mondo arrivava Barbie mentre Cipro diventava indipendente, la Francia entrava con De Gaulle nella V Repubblica e Kruscev ed Eisenhower, per la prima volta dopo la fine del secondo conflitto mondiale, s’incontravano a Camp David per provare a capire se fosse possibile l’avvio di un processo di “distensione”.

Era anche l’anno in cui Italo Calvino pubblicava per Einaudi Il cavaliere inesistente. E quanti Agilulfo ci sono oggi in giro? E quante corazze vuote che compiono solamente il proprio compito, senza mai chiedersi il perché, senza mai porre in discussione il come, senza mai interrogarsi e dubitare su ragioni ed effetti del loro agire? E quanti Torrismondo rimarranno delusi dalla verifica sul campo dei loro eroi idealizzati, di scoprire come il Sacro Ordine dei Cavalieri del Santo Graal, in ultima analisi, sia solo un’accolita di disperati slegati dalla realtà, misticamente assorti nella ripetizione meccanica delle regole che assumono a fede?

Cos’altro sono se non tanti cavalieri come quelli di Calvino gli economisti che oggi propongono, per uscire dalla deflazione, le stessa metodica, ripetitiva, “robotica”, come Margereth Hagen definisce l’ossessiva adesione di Agilulfo ai protocolli e alle regole procedurali del suo tempo e del suo stato? Quasi come la setta del Sacro Ordine, i signori dell’economia e i veri padroni delle istituzioni, pensano che si possa uscire da lì ripetendo pedissequamente le ricette adottate finora, a colpi di riforme strutturali fatte di maggiore precarizzazione e ulteriori privatizzazioni e di spending review che si traduce in tagli al welfare, quasi non rendendosi conto che proprio quelle scelte hanno condotto alla stagnazione, che proprio camminando sulla via che conduce all’incremento della flessibilità del lavoro e delle continue riduzioni della spesa pubblica si determina quel crollo dei redditi, e della certezza di averli per chi li percepisce, che è all’origine del gorgo deflazionistico.

Il problema per tutti, e la forza di questi cavalieri moderni, come per quelli del fantastico medioevo di Calvino, è che la narrazione delle loro gesta è fatta da cantori di essi invaghiti: nel romanzo dello scrittore sanremese nato al caldo sole cubano, è la misteriosa combattente Bradamante divenuta suor Teodora, nel racconto quotidiano sono gli alfieri delle politiche sociali di sinistra divenuti sacerdoti del rigore e del liberismo che, come tutti i neoconvertiti, non ammettono deviazioni dalla loro ortodossia.

Quindi, non ci sono speranze? Tutt’altro: basta cercarle. Come è sufficiente e necessario cercare quelli che possono incarnarle, non lasciandosi ingannare da corazze vuote quanto lucide abbastanza da apparire cavalieri, ma individuando donne e uomini capaci di compiere quotidianamente la fatica di pensare da sé e per gli altri le idee e le parole da proporre.

Questa voce è stata pubblicata in filosofia - articoli, libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento