Questo non è un romanzo di Dumas

“Bisogna fare le riforme che il Paese aspetta da vent’anni, non si può perdere altro tempo”. Quante volte avete sentito frasi come questa nella stagione delle larghe intese che stiamo vivendo ormai da tre anni? E nell’era renziana, tale refrain, se possibile, è divenuto ancora più martellante.

Ora, se fosse un romanzo d’avventura, Vent’anni dopo sarebbe un titolo opportuno. Come quello di Dumas padre, dove gli invecchiati Moschettieri rinverdiscono, ricompiendole (peraltro al tempo di Mazzarino e della Fronda, per dire delle possibili coincidenze), il ricordo delle proprie gesta al servizio del regno di Francia, e confermano giovani i loro valori e i propri ideali.

Solo che qui i moschettieri son giovani e nuovi: vecchie e stanche, invece, rischiano di essere le idee per cui si battono. Perché se davvero quelle che si vogliono fare solo le riforme che andavano fatte vent’anni fa, potrebbero essere quantomeno un po’ datate.

Pensate al 1994: internet era agli albori, i telefonini quasi non esistevano e l’idea che si potesse scrivere un post su un blog da condividere su un social network con uno smartphone con touchscreen, come sto facendo adesso (e usando tutti quei termini anglofoni senza generare ilarità, tipo il Nando Mericoni di Alberto Sordi) non era contemplata neanche nelle pellicole di fantascienza più futuristiche e visionarie.

Pensate a come e quanto il mondo di oggi è diverso da quello di allora: credete davvero che una cosa che andava bene in quel contesto sia ciò che servirebbe in questo?

Pensate realmente che quel che serva sia un’ulteriore allontanamento dei cittadini dall’amministrazione della cosa pubblica attraverso riforme che li separano ancora un po’ anche dalla semplice indicazione dei propri rappresentanti, come accade nell’ipotesi del novellando Senato e nella pratica delle novellate Province, e come l’Italicum per la Camera novella il Porcellum, non buttando nulla dei suoi aspetti peggiori, e non un loro maggiore coinvolgimento e una più piena e attiva partecipazione? O che occorra precarizzare ancora il lavoro, eliminando pure l’obbligo di indicare i motivi per cui si ricorre a un contratto a termine, come prevista nel “decreto Poletti” del governo Renzi approvato dal Parlamento, o non sia il caso di invertire quella rotta trentennale che sfiducia e spaventa i lavoratori perché li minaccia con la fine del proprio impiego? Oppure, che la via delle privatizzazioni e l’uscita dello Stato, e con esso dei cittadini democraticamente organizzati, dalla programmazione economica e dalla possibilità di interventi diretti, sia la scelta migliore da fare, o non sia opportuno riprendere una concreta politica degli investimenti pubblici nelle attività ad alto contenuto di lavoro?

Perché, se vent’anni vi sembran pochi, provate allora a dar fiducia a chi propone di continuare sulle strade tracciate all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, sperando di ottenere, per usare le parole di Einstein, risultati nuovi dalla ripetizione di pratiche antiche.

Altrimenti cercate, direttamente e senza la scorciatoia della delega liberatoria o dell’investitura deresponsabilizzante, vie e prassi davvero nuove, e non che il nuovo lo scimmiottino nei modi stucchevolmente giovanilistici,  riproponendo i triti e tristi copioni passati.

E assumendo anche la responsabilità della fatica di pensare da soli e da sé stessi le soluzioni, secondo un ideale, forse troppo illuminista ma necessario, per cui le nuove generazioni siano in grado di proporre e adottare le proprie ricette, senza continuare, come i giovani governanti propongono, seppure col condimento d’una vana e vuota retorica nuovista, a preparare piatti antichi che già han dimostrato di non saziare.

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