Così, per ipotesi

Usando i dati delle consultazioni Europee, se volessimo dare un peso numerico a quelli che si oppongono alle ipotesi di modifica della Costituzione e del sistema elettorale portate avanti da Renzi e dalla maggioranza che le sostiene e le vota, dovremmo convenire che questi non rappresentano che un terzo degli elettori, almeno a giudicare da quali e quante sono le forze che a tali riforme si oppongono in Parlamento.

Davanti a una minoranza così esigua, però, l’intero corpo della “maggioranza riformatrice” (quella che sostiene il Governo più i pattuendi del Nazareno), appare eccessivamente aggressiva. Che senso ha, infatti, dinanzi a tali numeri in campo, l’attacco continuo a coloro che la pensano diversamente? Quale ragione c’è per continuare a chiamarli “gufi, rosiconi, palude”?  Qualcuno può immaginare davvero una maggioranza senza nessuno che si opponga? E allora, si lasci all’opposizione lo spazio per opporsi, senza criticarne i modi.

Per esempio, in questi giorni di voto sui nuovi assetti istituzionali cadenzato sul ritmo scandito dal tambureggiare dei tweet renziani, abbiamo dovuto ascoltare le critiche agli oppositori per la scelta dell’ostruzionismo e, subito dopo, per quella di abbandonare l’aula.

Ora, io non nutro molta simpatia per alcune di quelle minoranze. Però è quantomeno curioso che si critichi, contestualmente, la loro scelta di opporsi strenuamente tentando di ostruire il cammino delle riforme con migliaia di emendamenti, e quella di abbandonare i lavori parlamentari dopo che tutti quegli stessi emendamenti sono stati saltati agilmente, come un canguro, appunto, da una maggioranza che era indisponibile a prendere in considerazione i loro principali argomenti di contrarietà.

Cioè, per gli oppositori alla riforma del Senato, il tema principale di dissenso era sulla non elettività dei senatori, considerato da loro (a torto o a ragione, non importa in questa sede) come vero punto nodale e caratterizzante dell’intero impianto riformatore. Proprio su quello, e fin dal primo minuto, la maggioranza s’è detta indisponibile a trattare. Quindi, hanno provato a bloccarne l’approvazione e, non riuscendoci, alcuni di loro hanno deciso di non partecipare ai voti successivi. Come dire: non volete fare le modifiche che noi chiediamo e nemmeno prenderle in considerazione, non abbiamo numeri per farle noi, perché continuare a votare un “no” testimoniale, quando già sappiamo come andrà a finire?

Ecco, io non so se questo sia il modo giusto; ma è quello che hanno scelto loro, continuando a pensarla diversamente dagli altri. Perché banalizzarlo? Perché stigmatizzarlo? Perché, soprattutto, prenderlo a modello di tutti i mali del Paese? Perché, se le cose vanno bene, è merito di chi governa ed è maggioranza, ma se vanno male, la responsabilità, non è loro ma di quelli che vi si oppongono, pur non avendo i numeri per essere decisivi? Sarebbe, nel caso, una visione quantomeno curiosa della democrazia.

Sulla riforma del sistema istituzionale, come sulle altre azioni del Governo e sulle idee della maggioranza, il dissenso è sempre possibile, e in una repubblica democratica, non può esistere il concetto di lesa maestà. E il diritto alla pratica, oltre che all’espressione, del dissenso da parte delle minoranze va sempre tutelato nelle sue possibilità di manifestazione. Non perché io sia contrario alle maggioranze “a prescindere”, ma perché quelle, di tutele, proprio non ne hanno bisogno: sono già i più forti.

E perché, soprattutto, l’essere maggioranza o minoranza è una situazione temporanea (per alcuni, almeno; perché ci sono anche quelli che in maggioranza si trovano così bene che ce li trovi sempre, qualunque essa sia) e che nulla dice rispetto alla bontà delle cose sostenute. Potrebbe accadere, ma lo dico così, per ipotesi, che a seguire le idee dei più, si faccia la cosa sbagliata, o non esattamente quella giusta.

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