Ma se non fosse d’acqua il bisogno?

“Il cavallo non beve”, dicono in gergo gli economisti quando si trovano davanti all’assenza delle attese reazioni agli stimoli di precise politiche economiche. E sembrerebbe, a giudicare dai dati diffusi ieri dall’Istat che certificano la “recessione tecnica” per il nostro Paese, che nemmeno il “cavallo Italia” abbia tanta voglia di bere.

Ora, sarà la mia scarsa cultura economica, non c’è dubbio, ma m’è tornato in mente un film di Totò. Sì, c’è poco da ridere, lo so, ma dinnanzi a cavalli che rischiano di morire perché, si dice, non bevono, l’associazione è stata spontanea.

A farla breve, il cavallo di Totò, il barone Antonio Pelletti nel film 47 morto che parla, muore nonostante il proprietario si sia assicurato che lo stalliere gli desse tutta l’acqua di cui aveva bisogno, ma senza nulla da mangiare. “Mai che si possa fare un esperimento”, si lamenta il tirchio padrone, alla notizia della dipartita equina.

Ecco, m’è tornata in mente quella scena della pellicola diretta da Carlo Ludovico Bragaglia (su soggetto di Ettore Petrolini, e scusate se è poco) perché mi sembra che anche le nazioni europee siano diventate cavie per esperimenti. O meglio, terreni in cui cercare le dimostrazioni empiriche a ideologie ipostatizzate.

E se non fosse acqua quello che ci serve? Se non fosse di quello che ci danno che abbiamo bisogno? Se fosse proprio quanto ci propinano come soluzione e rimedio, unica via e sola strada praticabile, quello che, lontano dal salvarci, ci sta facendo affogare?

Se ci servisse altro? Fieno e avena potrebbero essere oggi, per esempio, programmi di investimento pubblici che abbiano il coraggio di andare oltre gli stupidi vincoli del pareggio di bilancio e dei rapporti costruiti a tavolino fra debito e prodotto interno lordo, per rilanciare una politica industriale e politiche occupazionali pubbliche (ché “pubblico” non è parolaccia, ed è bestemmia solo per il liberismo più retrogrado), in grado di garantire un avvenire di progresso e sviluppo per le persone e le loro condizioni di vita, vero orizzonte in cui impiantare una crescita altrimenti vuota e aleatoria.

Perché può non bastare fermarsi alla somministrazione di carote, che servono e fanno piacere, certo, ma che in chi, a differenza degli animali, ha coscienza del tempo, possono far venire la voglia di metterle da parte, viste le minacce di future restrizioni.

Fuor di metafora, gli 80 euro di Renzi sono importanti, ma se non vengono spesi, come dice Confocommercio, forse è perché molti di quelli che li ricevono hanno paura per il loro domani, e quindi ne fanno risparmio; non è mancanza di riguardo verso il gentile invito “a spendere” quelle “risorse aggiuntive” fatto dal ministro dell’Economia, ma paura, semplicemente.

È ovvio che facciano comodo, ma rischiano di essere davvero pochi se a riceverli è un precario al quale, non solo non si danno prospettive per il prosieguo del suo lavoro, ma spesso si disegna uno scenario venturo  in cui lui non è contemplato.

Però, di che cosa sto parlando? La formula magica è: “ridurre il debito”. Lo dice anche Padoan commentando gli ultimi dati sul Pil: “nessuna manovra aggiuntiva, ma serve il controllo della spesa”. Che, traducendo, significa riduzioni; altro che rilanci e investimenti. Cioè: acqua. Ancora e solo la stessa acqua di prima, l’acqua dell’austerity e delle politiche di rigore, l’acqua del fiscal compact e del primato del stato dei bilanci sullo stato sociale.

Insomma, con le parole di Totò in quel film, verrebbe da dire: “e io pago”. Ma senza i toni enfatici e soprattutto con la preoccupazione che, se dovesse davvero morire il cavallo, non ci si potrebbe nemmeno consolare facendone bistecche, alla pari dei protagonisti della pellicola. Anzi, rischiando, come il servitore del barone Pelletti, di perdere pure il posto da cocchiere e la relativa paga.

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