E lo chiamano “buonsenso”

Immaginate se qualcuno, anni fa, avesse detto che, forse, era meglio non sbancare il terreno collinare, ridurre i boschi e fare i terrazzamenti, per piantarci vigne di prosecco. Provate a pensare cosa sarebbe successo se un paio di comitati si fossero opposti alla realizzazione di palazzi sull’alveo dei torrenti che attraversano una città. Pensate come sarebbero stati tratti coloro che avessero provato a dire che togliere le querce da una montagna per metterci nocciole rischia di far cadere pezzi di quella montagna su chi ci vive di sotto.

Ma c’è poco da immaginare, perché a quelli, in qualunque posto e in ogni tempo, sarebbe stato risposto: “non si ferma lo sviluppo perché ci sono tre, quattro comitatini contrari e nemici del progresso”.

E lo sviluppo e il progresso, in questo Paese, sono sempre stati praticati ai danni del territorio. Non si allagano le piane di fondovalle solo perché piove, per quanto ormai la stampa si ostini a chiamare “bombe d’acqua” quelli che un tempo erano temporali. Si allagano perché la pioggia non ha più dove andare, perché il terreno è stato impermeabilizzato a colpi di cemento e capannoni, perché il territorio e sovra-usato e piegato ai ritmi di una produzione che si scontra con la sua insostenibilità e alla quale quel territorio reagisce nell’unico modo che può fare qualcosa che non riesca a sostenere il carico impostole: cedendo.

Dal Veneto a Sarno, da Genova a tutte le zone d’Italia che alla terza goccia caduta dal cielo fan temere di dover iniziare a contare i caduti in terra, la storia è la stessa e si ripete ogni volta. Ma il giorno dopo i funerali e i lutti, tutto ricomincia come prima, più di prima.

E così, al Senato passa una norma che pone un freno alla lotta all’abusivismo e il ministro Lupi e il Governo pensano, con i nuovi Prin­cipi in mate­ria di poli­ti­che ter­ri­to­riali e tra­sfor­ma­zione urbana, come scrive Ilaria Agostini su il Manifesto, al modo “di ren­dere vir­tual­mente edi­fi­ca­bile l’intera peni­sola, per raf­for­zare la ren­dita fon­dia­ria attra­verso l’istituzione dei diritti edi­fi­ca­tori ‘tra­sfe­ri­bili e uti­liz­za­bili (…) tra aree di pro­prietà pub­blica e pri­vata, e libe­ra­mente com­mer­cia­bili’”.

Sono folli? Tutt’altro, signori: è una questione di buonsenso. Il buonsenso che fa sorgere a nord di Milano una piattaforma impermeabile (e guai a porre in relazione i sempre più frequenti allagamenti in città con i cantieri dell’Expo) o crescere così tanto le periferie di Roma che l’Urbe oggi arriva al mare quasi senza soluzione di continuità (ma tacciano quelli che provano a tirare in ballo questo sviluppo esagerato se qualcuno, all’Infernetto o a Ostia, annega per un alluvione).

Quello stesso buonsenso che dice che c’è la crisi, e che se ne esce solo rilanciando l’edilizia, le grandi opere, il consumo del territorio. I folli, semmai, sono coloro che si permettono di far notare che, magari, quella è proprio la strada per cui ci siamo entrati, in questa crisi.

Ma lo chiamano buonsenso, e se sono i molti a dirlo così, avranno ragione loro. Dopotutto, un buco in una montagna in più, uno sbancamento di una collina in più, un ruscello intombato in più, cosa volete che siano.

Alla peggio, dovesse pur esserci qualche morto in più, sarà per colpa di eventi eccezionali. Un po’ di buonsenso, che diamine.

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