E in tanti smisero di esistere. Per legge

Misure per fronteggiare l’emergenza abitativa, fondi di garanzia per finanziare programmi di edilizia popolare, convenzioni con le cooperative, sgravi fiscali e regolamentari, un bonus per i mobili e qualche soldo in più da reperire attraverso la dismissione di pezzi di patrimonio pubblico. Sono alcune delle cose previste dal Piano casa di Lupi, licenziato dal governo Renzi e approvato dal Parlamento, con voto di fiducia ovviamente. Cose previste, sì, ma da domani.

Oggi, invece, da subito, “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”. Cioè, smette di esistere. Per legge.

Ma sì, colpiamoli questi abusivi. D’altronde, abusano, fanno un sopruso; che siano puniti. Chi non rispetta le regole è fuori, dalla legalità e dal consesso sociale. Loro non rispettano le leggi? Che vadano fuori, da quegli immobili che occupano e da tutto il resto. Giusto?

Beh, non del tutto. Perché molti di quelli che occupano degli immobili in modo abusivo, lo fanno per disperazione, per mancanza di alternative. Non è una scelta; è l’unico modo che hanno per sopravvivere. Il messaggio profuso dagli organi di informazione, però, è che gli abusivi siano solamente criminali che vivono negli alloggi di edilizia residenziale pubblica, le case popolari per intenderci, in barba alle graduatorie e ai diritti degli altri, magari più bisognosi di loro, e forse anche in complicità e con l’aiuto della malavita, organizzata o estemporanea che sia.

È davvero e solamente così? Non proprio. Perché quel tipo di usurpatori di diritti altrui c’è, ed è un fenomeno radicato che è giusto combattere. Ma poi ci sono migliaia di famiglie che occupano immobili vuoti che non sono case destinate ad altri. Sono edifici di cui nessuno si interessa più, non nati per ospitare delle persone o da anni abbandonati alla cura dei topi. Stabili che spesso da quegli stessi occupanti sono stati rimessi a nuovo, adattati, ristrutturati, resi vivi. Sono ospedali mai finiti o dismessi, fabbriche abbandonate, alberghi chiusi, palazzi lasciati all’incuria, in cui gente povera s’è stabilita per non aver come tetto solo un cielo di stelle.

Ecco, il Piano casa non fa distinzioni tra chi occupa per prepotenza un alloggio popolare e chi per sopravvivenza un fabbricato di cui, fino al giorno prima del suo ingresso, non interessava nulla a nessuno. Nega i servizi minimi, acqua, luce e gas, e nega il diritto ad avere una residenza, negando così il diritto a essere cittadini. La residenza, infatti, è un fondamento della cittadinanza (non è casuale che le prime leggi anagrafiche, che segnavano anche normativamente il passaggio da una società degli status a una in cui diveniva centrale il concetto di cittadino, siano comparse successivamente ai moti rivoluzionari europei e nord americani), tanto che la regolamentazione per la sua concessione non è mai vincolata a precise condizioni, perché si limita ad accertare un fatto, ed esclude chiaramente qualsiasi discrezionalità (concetto, peraltro, ribadito da diverse sentenze contro provvedimenti di giunte o consigli comunali che tentavano di limitare la concessione della residenza ai non nativi italiani).

La residenza, poi, non è solo espressione dell’esistenza, senza di questa, infatti, non saremmo nemmeno nelle statistiche o presi in considerazione come numero, ma è un prerequisito per tutta una serie di diritti civili e politici. Non potendo essere residenti, quegli occupanti abusivi non potranno iscrivere i propri figli in una scuola, non potranno accedere ai servizi del sistema sanitario o effettuare la scelta del medico di base, non potranno votare. Nei fatti, non esisteranno come cittadini portatori di diritti.

L’articolo 5 del Piano casa, a tutti gli effetti, è un segno e un segnale classista e antidemocratico. Dice, in pratica, che i poveri sono meno uguali degli altri. È una ferita alla nostra civiltà repubblicana che mai era stata portata, ma che, purtroppo, è in linea con lo Zeitgeist, con le discriminazioni per censo che ormai si scaricano anche sui più deboli e con cattiveria inimmaginabile, come il menù differenziato nel dolce per i bambini delle scuole a Pomezia, con l’amministrazione comunale guidata da un sindaco del M5S, perché le larghe intese s’allargano quando si misura la crudeltà del potere, che discrimina il servizio di mensa nella parte più visibile e sensibile per i piccoli utenti.

Nel tentativo di rassicurare un finto moderatismo law and order all’amatriciana, si è disposti a regalare al dominio della polvere edifici vuoti, espellendo da quegli spazi, e dal novero dei cittadini, chi li occupa sì senza averne alcun titolo, ma anche senza altre possibilità. Certo, gli abusivi commettono un atto contrario alle leggi, e ai buoni cittadini viene insegnato lo scandalo contro chi ruba. Ma sappiamo anche “che è un delitto il non rubare quando si ha fame”, e che spesso le leggi di Creonte schiacciano il naturale diritto di Antigone.

Ma quelli che lo hanno scritto e quanti l’hanno approvato, non sentono ragioni. La legge è dura, soprattutto quando a subirla sono gli ultimi. Quindi, maledetti abusivi, fuori di qui, e che non vi venga in mente di dirvi cittadini; tanto, senza residenza, perderete pure il diritto di voto, e non potrete votare contro di quelli che v’hanno cacciato.

Però mi chiedo, se li mettete fuori dalla consesso civile impedendo loro di poter accedere alla pienezza dell’essere cittadini, se li considerate abusivi anche rispetto all’essenza stessa della società dei diritti, come potrete poi dirvi stupiti quando li scoprirete contro quello stato di diritto, quel consesso civile, quella società che li espelle, li esclude, li caccia?

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