Rompere i termometri non farà calare la febbre

Sembra banale, vero? Eppure è quello che accade. In politica, ovvio, non in medicina. O meglio, nella politica istituzionale, che l’altra, quella fatta fuori dai luoghi deputati, ma altrettanto reali e forse pure più capaci di produrre pensieri e sviluppare visioni, quella fatta dai movimenti, dalle associazioni, perfino dai cenacoli intellettuali, quasi mai s’abbandona a simili soluzioni semplicistiche e fintamente risolutive.

Però, fateci caso: difronte al montare del sentimento anti Europa, anti euro, anti sistema, la febbre, più che aggredirne le cause, l’infezione, i partiti istituzionalizzati mirano a colpire e distruggere le forze politiche che quel sentimento provano (strumentalmente, sia chiaro) a trasformare in voti, e facendo questo, involontariamente, lo misurano, come farebbe un termometro, appunto.

Ora, molte di queste compagini che traggono da quei sentimenti il loro vigore elettorale sono potenzialmente pericolose. E quindi è giusto che si cerchi in tutti i modi di limitarne la crescita e il radicamento. Ma la stigmatizzazione solo dei modi e dei fini di quelle realtà politiche potrebbe non bastare a vincerne le ragioni di forza.

Andiamo al caso italiano, per esempio. Qui Grillo e il M5S sono la più consistente forza anti sistema. Ovviamente, l’andare contro il sistema non dice nulla rispetto alla direzione che, nel caso si riuscisse a sconfiggerlo, si vorrebbe prendere. Forze reazionarie e rivoluzionarie possono essere entrambe antisistemiche, perseguendo obiettivi diversi, come storicamente s’è visto. Per cercare di capire dove posizionare Grillo, fra le due alternative, basterebbe ricordare come egli ricerchi le forze più dure del sistema proprio per abbatterlo (“la Digos è con noi, la polizia è con noi, i carabinieri sono con noi”, ha detto a Torino), scegliendo chiaramente il campo della reazione restauratrice rispetto a quello della rivoluzione riformatrice. Così come una certa visione da arcadia rispetto a un futuro smaterializzato, l’avversione ai corpi sociali organizzati e alla mediazione propria della democrazia rappresentativa, l’invocazione di una giustizia sommaria e pubblica (via web, ovvio; almeno per ora), e alcune atmosfere e scenari fantasy diffusi dal suo doppio, Casaleggio, disegnano chiaramente uno scenario di destra.

Nonostante questo apparente settarismo, il M5S, nelle intenzioni di voto, risulta essere una forza che gode, da molto tempo, del favore di una quota di cittadini compresa fra un terzo e un quarto del totale degli elettori, e il primo partito fra gli under 40 e i poveri. Perché? Perché quelli che hanno meno in termini materiali ed effettivi e di più in fatto di speranze e prospettive scelgono quel movimento? Perché proprio quelli a cui dovrebbe parlare la sinistra, la parte politica per l’uguaglianza, per usare le categorie di Bobbio, e per l’avvenire, per andare sui classici, sono attratti dal canto del Grillo?

Forse perché sono, anche loro, contro tutto quello avverso cui quegli strali sono rivolti. I poveri e i giovani, quelli che hanno poco e quelli che hanno qualcosa solo per possibilità, sono anche coloro che hanno meno da perdere e da difendere. E quindi, in un meccanismo inceppato che li vede schiacciati, tutto vogliono, tranne che quel meccanismo, quel sistema, continui così com’è. Ecco perché ascoltano Grillo. Credono in lui? Nient’affatto. Scommettono sul fatto che lui riesca a far saltare l’impianto che governa la società. D’altronde, cos’hanno da rimetterci? Il lavoro che non hanno? Le ricchezze che non possiedono?

Il sistema li ha tenuti ai bordi della società e li tiene ai margini delle sue dinamiche, perché dovrebbero difenderlo? E infatti, non lo fanno. Anzi, lo condannano, e con lui condannano tutti i partiti e le istituzioni che lo tutelano e che nulla farlo per cambiarlo.

Questo, però, non significa che chiunque parli contro il sistema può sperare di recuperare quei voti. Prendiamo il nuovo corso del Pd. Via il finanziamento ai partiti, aboliamo i consigli provinciali e il Senato, avanti con la rottamazione degli apparati e della casta partitica, basta con la concertazione e la sudditanza verso i sindacati che non tutelano gli interessi dei lavoratori, sotto con il rinnovamento, il cambiamento, l’espulsione dei politici corrotti. Questo dovrebbe sgonfiare il fenomeno Grillo, se solamente questo fosse quel fenomeno. Ma non accade. Perché?

Perché, banalmente, le parole d’ordine contro il potere inteso come sistema non sono credibili se è proprio il potere visto come sistema a dirle. Quindi, è inutile rincorrere Grillo sul suo terreno. Senza che l’imperatore distribuisca panem, non ci saranno mai circenses sufficienti. Il potere non è credibile se gioca la partita del contropotere. Specialmente se quella partita è giocata nel campo dell’insaziabilità.

Come la pubblicità, Grillo cammina sul filo dei desideri, non dei bisogni. Inventa un immaginario comune, che sposta l’attenzione dalla necessità di soddisfare un bisogno all’individuazione di un colpevole, il sistema, su cui indirizzare il desiderio di ottenere soddisfazione per le frustrazioni generate da quelle mancanze. Quel messaggio non dice: darò soddisfazione ai tuoi bisogni. Dice invece: renderò giustizia al tuo desiderio di rivalsa. E non ci gira nemmeno intorno, mettendo la “V” di vendetta in grande nella parola “movimento”.

E perché è inutile inseguirlo su quel terreno? Perché, appunto, quella fame non conosce sazietà. Il meccanismo della pubblicità sposta l’attenzione sul desiderio e non sul bisogno, per avere la certezza che il proprio orizzonte immaginario non conoscerà mai soddisfazione. La pubblicità non vende l’oggetto, ma la costruzione ideologica e ideale a quello legata, non vende un auto, un profumo, un vestito, vende la fama, il successo, l’affermazione, e usa spesso il sesso come canale, perché quello, fra i desideri, è il più basico e inesauribile.

Continuare su quel terreno, come Renzi e l’attuale gruppo dirigente paiono voler fare, almeno a guardare il sentiero su cui hanno incardinato l’apparato retorico del Pd, non ha molto senso. Se io sono povero o un giovane che non vede concrete possibilità di affermazione per il suo futuro, che tu tolga il Senato, i consigli e le giunte provinciali, che tu riduca gli stipendi dei dirigenti pubblici o mandi al patibolo qualche politico infedele, che tu tolga il finanziamento ai partiti o riduca al silenzio i sindacati, non sarò mai sazio. Perché non era questo ciò da cui muoveva la mia fame, ma solo l’orizzonto verso il quale l’apparato di cattura dei desideri messo in piedi da una politica forgiata sui meccanismi della pubblicità aveva indirizzato le mie brame di ritorsione.

Inoltre, non funziona nemmeno come azione generatrice di consenso. E per un motivo molto semplice. Dal potere, dal sistema, uno non si aspetta politiche antisistemiche, ma la risoluzione concreta dei problemi. Se anche il sistema dà parti di sé in pasto alla rabbia per l’insoddisfazione, non fa che alimentare le forze antisistema, con un’eterogenesi dei fini che conduce al risultato contrario a quello sperato. Difatti, quelle forze d’opposizione rivendicheranno tali mosse come proprio risultato, frutto della loro azione di disturbo e di controllo su di un potere che, altrimenti, sarebbe stato sordo alle richieste dei cittadini più deboli.

Quindi, come sconfiggere simili compagini? Togliendo loro le ragioni su cui fanno leva. Riducendo quelle povertà e quelle disperazioni che ne affollano le fila. Praticando la ricerca dell’inclusione attraverso l’uguaglianza, non giustificando l’esclusione con la menzogna del merito (mito bugiardo che incrementa la frustrazione, spostando sulle responsabilità dell’escluso la pessima qualità del suo stato e della sua condizione) o negando la disperazione invocando una non meglio definita speranza. Ed evitando di alimentare le tensioni, magari non minacciando la linea dura contro il dissenso e la protesta, come invece ha fatto Alfano nei giorni scorsi, o non prevedendo misure eccessivamente restrittive contro i reati per disperazione, come quelle messe in atto in questi anni, e che affollano le carceri di delinquenti per fame e miseria, o contenute nel Piano casa del ministro Lupi contro gli occupanti abusivi, anche se di immobili vuoti.

C’è poi un messaggio da non sottovalutare, che è proprio legato alla funzione di termometro delle forze antisistema. Tanto più il dato che queste registrano è alto, come ora, tanto più quelle ragioni non si possono ignorare. A nulla serve banalizzarne le analisi o rendere evidenti i limiti della proposta. Un termometro misura la febbre, ma nulla ci dice sulla diagnosi, né ci aiuta a definire la terapia. E nessuno, leggendolo, si aspetta di trovarvi quelle risposte.

Ma ci dice che c’è la febbre. E che se questa c’è, ci sono delle cause, delle infezioni. Su queste si deve lavorare, se si vuole far calare la temperatura. Altrimenti, si possono sempre ignorarne i segnali, calmandoli con qualche blando antipiretico da 80 euro la scatola, oppure rompendo i termometri per non doverli leggere.

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