«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza»

«More than three years into the Iraq War, a National Geographic poll found that fewer than a quarter of Americans with some college education could locate Iraq, Iran, Saudi Arabia, and Israel on a map. The peril of ignorance is a perennial American lament. Less than a generation after the founding of the country, Thomas Jefferson wrote, “If a nation expects to be ignorant and free, in a state of civilization, it expects what never was and never will be.” But, by the early years of the twenty-first century, Americans were no longer surprised by annual reports that showed our students falling behind other countries’. In a 2005 survey, two-thirds of Americans could not name the three branches of government. Scarcely a third of high-school seniors read at or above the level of proficiency. Americans were not just losing their grip on the basics of science, civics, and cultural knowledge; they didn’t seem to care. […] Magical thinking was taking its place on the main stage of politics. Bill Moyers, in a speech on end-times rhetoric in evangelical politics, lamented, “One of the biggest changes in politics in my lifetime is that the delusional is no longer marginal.” In the 2008 book “The Age of American Unreason,” Susan Jacoby declared, “America is now ill with a powerful mutant strain of intertwined ignorance, anti-rationalism and anti-intellectualism.”».

I brani citati sono tratti da un articolo di Evan Osnos, per il New Yorker dello scorso 16 novembre. Parla degli Stati Uniti, che forse sono l’unico Paese, tra quelli Ocse, a star messo peggio dell’Italia, sotto quel punto di vista. Ci pensavo nei giorni scorsi, leggendo della notizia dello spostamento della data del Suneung, il test di abilitazione che i ragazzi della Corea del Sud fanno per essere ammessi alle università (e che, tradizionalmente, cade il terzo giovedì di novembre, ma che quest’anno, per i motivi che facilmente immaginate, è slittato al primo giovedì di dicembre). La graduatoria di quella prova permetterà ai giovani coreani di accedere ai vari atenei sulla base dei punteggi ottenuti: i primi, potranno iscriversi ai migliori e così via. Per quell’esame ci si prepara lungo tutta la carriera scolastica e, in particolare nell’ultimo anno, non sono pochi gli studenti che affrontano una mole di lavoro enorme a ritmi esagerati (con punte di esasperazione che non esiterei a definire “patologiche”), pur di strappare un voto in più in quella prova. Nel giorno dell’esame, l’intero Paese trepida: gli aerei, durante la prova d’inglese, non atterrano e non decollano, per non condizionare l’ascolto, gli autobus non usano il clacson nei pressi delle scuole, i tassisti, e persino i poliziotti, accompagnano i ragazzi che rischiano di non arrivare in tempo, gli uffici aprono più tardi per non intralciare il traffico. Con tutti i limiti che io sento in quell’iper-competitività (e i suoi costi sociali e psicologici), per i coreani, la sfida della scuola è la sfida della nazione intera. E non credo sia per un caso se negli ultimi venti-trent’anni quella penisola, che fino agli anni ’60 era un Paese povero e arretrato, si sia fatta conoscere nel mondo intero per le sue produzioni ad altro valore aggiunto, scientifico e tecnologico.

Anche l’Italia, subito dopo la seconda guerra mondiale, era un Paese non certo fra i più moderni, con sacche di analfabetismo importanti in diversi territori, in particolare nel Mezzogiorno, e nelle classi meno abbienti, tra i contadini e i braccianti in modo peculiare. Il lavoro per uscire da quello stato fu immenso, collettivo e sentito. E i figli dei braccianti analfabeti del Sud andarono a scuola, alcuni persino all’università, diventando avvocati, insegnanti, ingegneri. Un salto incredibile in una sola generazione che in qualche regione portò i sociologi americani a investigare sul fenomeno, diretti sul posto per capire come fosse stato possibile in quel breve tempo un’evoluzione che in altri casi e contesti aveva richiesto più di qualche decennio e ingenti risorse in investimenti e strutture.

Figlio e nipote di quel “miracolo”, una certa idea me la sono fatta, per rispondere agli interrogativi di quei sociologi statunitensi della metà del secolo scorso, ed è sostanzialmente legata al pensiero, che si radicò in quelle classi meno fortunate proprio nell’incontro, attraverso l’emigrazione e l’esempio d’altri conosciuto direttamente, che l’unico investimento su cui potevano con successo puntare, non avendo né vedendo terre su cui spendere e processi industriali nei quali puntare, ancor meno doti da impegnare, era quello nelle teste dei loro stessi figli. E, alla prova dei risultati positivi ottenuti, quel pensiero fu confermato e corroborato, tanto che proprio dove le risorse economiche, materiali e produttive dei territori erano più scarse, si fece in proporzione più importante e forte quel tipo di pensiero e modo di agire.

E oggi? Oggi rischia di accadere il contrario. La crescita culturale e formativa è diventata una variabile fra le altre, e non la più importante. Lo stiamo vedendo nei tempi difficili che viviamo: si discute, anche aspramente, se lasciare la possibilità di fare o meno il pranzo delle feste col parente nel comune vicino, se aprire lo store di abbigliamento prima dei saldi o il locale alla moda per l’ora dell’aperitivo (e non se ne sta qui sminuendo l’importanza), ma ben poco si mette in discussione il fatto che le scuole debbano rimanere chiuse fino a data da destinarsi. Dimenticando, o almeno non preoccupandosene abbastanza, che per quella chiusura, sostituita dalle modalità in remoto, a pagare saranno soprattutto i figli delle classi più svantaggiate, quelli già maggiormente in difficoltà.

Da quegli stessi ambienti così penalizzati ci si aspetterebbe una maggiore pressione per ottenere quell’attenzione che non viene loro rivolta attraverso le decisioni prese. Invece, tacciono. Magari sono gli stessi che si battono per la libertà di cenone, shopping e spritz, però non spingono per la riapertura delle aule e per le lezioni in presenza. O meglio, lo fanno, e con forza, quando la scuola chiusa è quella dei più piccoli, meno, o per nulla, quando riguarda gli adolescenti; ed è difficile non cedere alla tentazione (per quanto senza poter io addurre a sostegno di ciò prove se non indiziarie) che tale diverso approccio al tema sia dovuto alla differente età degli studenti coinvolti, non tanto perché si stimino più duri gli effetti sulla formazione dei più piccoli, senza poter accedere all’universo di relazioni e socialità proprie e naturali di una scuola, quanto al fatto che, chiuse o meno che siano le aule, i più grandi non han bisogno delle stesse attenzioni, e quindi è comunque lasciata ai genitori la facoltà di vivere la propria vita e condurre le proprie attività senza per quello eccessive limitazioni.

Tuttavia, non è solo in virtù di visioni corte che si arriva a una tal sottovalutazione del ruolo della scuola e della cultura nella crescita dei singoli e delle società. È che, a differenza del tempo che ho citato, di quello che qui successe nell’ultimo dopoguerra, oggi non si ha immediatamente e chiaramente la prova del contrario. Non tanto nel fatto che l’ignoranza sia un fardello pesante nel corso della vita, quanto di quella per cui l’istruzione sia un reale ed effettivo vantaggio.

Parliamo da molto, e se ne parla tanto, di «ascensore sociale bloccato». Se questo è, però, lo è proprio nella misura in cui l’unico tasto di quell’ascensore utilizzabile da chi ha meno è proprio quello della propria formazione ed è questo a essersi bloccato. La percezione diffusa (e qui le prove a sostegno sono non di rado circostanziali) è che, colto o meno che sia il singolo, se non ha a disposizione giusti percorsi relazionali in cui farsi valere, non andrà molto lontano. Al contrario, chi della conoscenza non fa il suo forte, ma di conoscenze ha la faretra colma, si ritrova a finire alla guida di processi e situazioni di cui ignora spesso composizione, estensione e funzione (le prove di un simile fenomeno abbondano e sono dirette).

Ma voglio comunque concludere con una speranza. Quella contenuta nel messaggio che Gramsci rivolgeva dalle colonne dell’Ordine nuovo a tutti quanti guardavano al movimento operaio e all’idea che nell’epoca spiegava le ali: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza». La speranza, cioè, di poter vedere un giorno davvero all’opera la «nostra intelligenza», collettiva, al servizio di una crescita che non può esser davvero pienamente tale se non è realmente condivisa, comune. Sola via che consente di resistere ai tentativi di prevaricazione, discriminazione e offesa, persino quando potremmo essere noi stessi a compierne.  

E con questa speranza, chiudo l’anno di Filopotica. Auguri; ne abbiamo bisogno.

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