Altrimenti, andrà come la storia insegna

«“Useremo tutti i mezzi per assicurarci che l’economia europea superi questa tempesta”. Al termine del summit in videoconferenza dei capi di Stato e di governo dell’Unione, Ursula von der Leyen lo ripete in tedesco e in francese. Più di un leader, d’altra parte, nel chiuso della conference call lo ha detto: dobbiamo evitare che il coronavirus sia uno choc come quello del 2008, se non peggiore». Così su Repubblica spiega Alberto D’Argenio, in un articolo come sempre informato su quanto si sta decidendo in sede europea per rispondere all’emergenza che già colpisce noi con forza e sta crescendo in Francia, Spagna e Germania, e per cui già si ipotizza di mettere subito sul piatto 25 miliardi di € e derogare a regole e patti di stabilità. Poco, molto, sufficiente? Non ho strumenti e competenze per dirlo, ma capisco la ratio che muove in questa direzione; quella di evitare, dopo le chiusure francesi e tedesche all’esportazione anche di una sola mascherina e l’apertura del governo cinese alla fornitura di migliaia di ventilatori polmonari, che per alcuni, in Europa, l’aiuto a cui guardare diventi quello di un padrone lontano, più che di un compagno vicino.

Dopotutto, la storia è già maestra d’insegnamenti in tal senso. Scrive ad esempio Eckart Conze, ricostruendo i fatti di Versailles e le trattative per l’allora costituenda Società delle Nazioni a proposito della disillusione che in quei mesi subirono in tanti fra i delegati delle nazioni del Sud del mondo, prima fiduciosi nell’accoglimento delle loro legittime aspettative da parte dei campioni, a parole, dell’autodeterminazione dei popoli, gli Stati Uniti e il loro presidente Woodrow Wilson, poi inesorabilmente delusi: «Rappresentativa di questo sviluppo è la storia del già citato Nguyen Ai Quoc (“Nguyen il patriota”), che nel giugno del 1919, si racconta, tentò di consegnare a Wilson una petizione intitolata Le richieste del popolo di Annam. Secondo alcuni resoconti, Nguyen aveva persino preso in prestito un frac per l’occasione. Ma il suo tentativo non ebbe successo: non ci fu alcun incontro tra lui e il presidente americano, che forse non ricevette mai la petizione del futuro leader vietnamita. Deluso da Wilson, Nguyen si sarebbe poi rivolto a Marx, Lenin e al bolscevismo. “È stato il patriottismo e non il comunismo a farmi credere in Lenin” avrebbe scritto qualche tempo dopo, quando già aveva preso il nome di Ho Chi Minh» (E. Conze, 1919. La grande illusione, Rizzoli, 2019, pag. 204).

Non so se, come scrive Pierre Haski, davvero la Cina potrebbe uscire rafforzata dal superamento di questa crisi sanitaria; in tutti i casi, mi auguro per loro che la superino bene, allo steso modo di come me lo auguro per noi. So però che, se da lì arrivano aiuti in materiale sanitario e consulenza per combattere il nemico microscopico, dall’altro colosso mondiale, pronto a restringere i contatti per paura del contagio, arrivano 30.000 uomini in armi, per un’esercitazione che non si capisce bene quale nemico invisibile dovrebbe fronteggiare. E il contrasto è forte, e non può non lasciar tracce, come quando da un lato del mondo si temeva l’arrivo dei cosacchi di Baffone e dall’altro giungevano i dollari dell’European Recovery Program e dell’UNRRA.  

Scenari cupi ho evocato. Meglio sdrammatizzare con un’ironica (e quantomai, credo, per il momento precisa) ballata d’un mio corregionale, molto efficace nel sintetizzare simili sviluppi e altri che vi potrebbero venire in mente. Rocco Papaleo, Basilicata on my mind: «Se Cristo si è fermato ad Eboli/ A colpa di ku è?/ E certo nun è da nostra,/ Nui lu vulimu bene,/ L’avimu preparet/ Na festa granna grann/ Varil i vin e ang’net/ Ca par i Capodann,/ Cristo nun è v’nut/ N’aviss t’avv’sé/ Ng’amu rimasu brutt/ A rrobba s’è iettet./ […] E nui p’ sta quit/ P n’aiuté a r’sist/ Senza r’ dic nind/ N’ammu fattu buddist».

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