Inoltre, era tutto vero e quasi come nel provvedimento definitivo

Fuga di notizie, in merito alla diffusione della bozza di decreto? Probabilmente sì. Chi è stato? Non lo so, ma di certo non quelli che l’hanno pubblicata. È stata quella notizia a generare la fuga nord-sud? Può darsi, ma non nelle misure che una certa narrativa vuole accreditare, è che non sono sostanzialmente differenti dai giornali stranieri che si chiedono se gli italiani sapranno seguire le regole, visto che sono sempre un popolo di giuristi creativi e anarchici cialtroni, dicono tra le righe.

​Le notizie sui treni presi d’assalto in seguito alla circolazione della bozza di decreto prima della sua approvazione, a mio parere e usando le parole di Twain, «are greatly exaggerated». Provo a guardare i fatti per quello che sono: la notizia è stata data dai primi tg e siti quando? Intorno alle 20,30? Bene. A tutti hanno raccontato di treni e pullman in direzione sud massicciamente abbordati a Milano. Ma come? La maggior parte dei pullman, a quell’ora, era probabilmente già partita o in procinto di farlo. E pure per i treni, è difficile pensarlo. L’ipotesi, però, sarebbe notevole. Voglio dire, dato che quasi tutti i treni notturni dal capoluogo lombardo verso il Mezzogiorno partono più o meno tra le 21 e le 23, e ammesso che gli interessati abbiano letto la news nel momento stesso in veniva battuta, frotte di cittadini avrebbero, in un tempo variabile fra i 30 e i 120 minuti, sistemato i bagagli, chiuso casa, fatto, o almeno cercato di fare, il biglietto, raggiunto le stazioni di Milano Centrale o Porta Garibaldi da ovunque nella Lombardia si trovassero e preso al volo il treno, con trolley e zaini al seguito. Alla faccia dell’indolente flemma dei terroni, diciamo; questi sono Marines. E per questi comportamenti, dice qualcuno, i giornali non dovevano dare quella notizia. Non sono d’accordo: un giornalista che viene a conoscenza di un fatto, è legittimato a comunicarlo. Certo, può scegliere di non farlo, ma non è tenuto all’autocensura, se la questione riguarda fatti di pubblico interesse, com’è il caso, o se, tra l’altro, quello che scrive è assolutamente vero.

Vedete, non sto difendendo la categoria; sto dicendo che è quello il loro mestiere. E meno male che ancora provano a svolgerlo, pur con tutti i limiti e gli errori. Se quella notizia è stata diffusa per sbaglio, è fra le mani di chi la deteneva prima che arrivasse ai giornali che va cercato il reo. Parlare di «procurato allarme» è una sciocchezza, ed è infondato anche sul piano giuridico: la notizia è vera, ripeto, e la bozza pubblicata prima della riunione del Consiglio dei ministri, sostanzialmente, è uguale al testo che poi lo stesso ha licenziato. Di cosa stiamo parlando?

Inoltre, la relazione, diffusione della notizia-fuga dal Nord, è arbitraria. Quelli che sono andati via, non sono andati via per colpa dei giornali, ma perché l’avevano già deciso o perché il loro senso civico non era così sviluppato da far loro pensare che, spostandosi in quel modo, avrebbero potuto portare con sé il virus e il contagio. Trasferendo un morbo che ha messo in ginocchio in due settimane il sistema sanitario lombardo in regioni che quel sistema non lo avranno nemmeno fra quindici lustri. I treni strapieni, invece, sono una notizia vera; solamente, non sono legati a questa emergenza, ma alla cronicità delle carenze del sistema e delle risorse del trasporto pubblico. Quei treni, sono spesso stracarichi.

Non è colpa dei giornalisti, se difronte a questa emergenza si crede di poter fare i furbi, ingannando forse divieti e controllori, non certo agenti patogeni e infezioni, mentre lo è invece quando si prestano a narrazioni volutamente distorte o caricaturali, amplificandole con le loro penne. Non è colpa di chi comunica, se ti dicono di evitare i luoghi affollati e gli spostamenti non necessari, e tu vai a sciare, in fila per mille a una seggiovia ad Alagna, o a far l’apericena, stipati all’inverosimile sui Navigli. Non è colpa del Governo o dei presidenti di Regione, se noi non riusciamo a dare un senso alle cose, e pur di non rinunciare a quello che vogliamo fare, mettiamo a rischio noi stessi e gli altri.

In tutto questo, però, permettetemi una nota a margine. ​Sono simpatiche le battute sui fuggiti dalla “zona rossa” per ritrovarsi, il giorno dopo, di nuovo in “zona rossa”. È chiaramente una cosa che sarebbe stata meglio non fare, si capisce. Però c’è l’ipotesi, ovviamente non solida come la certezza che in molti hanno e che vuole “l’assalto ai treni” figlio dell’irresistibile voglia di ’nduja e pizzica, che alcuni di quelli andati via nei giorni scorsi da Milano lo abbiano fatto per poter stare con le persone care in questi momenti di incertezza. In fondo, ognuno di noi teme la malattia, la costrizione in casa o la quarantena; immaginate di vivere questa paura da soli. Perché uno studente fuorisede è anche un ragazzo con la famiglia e gli affetti a mille chilometri di distanza, un “pendolare di lungo raggio” pure un marito con un posto letto fra estranei e la moglie dall’altra parte del Paese, e un’insegnante precaria in Lombardia anche una madre con i figli dovuti lasciare alle cure del padre e dei nonni in Calabria o Puglia, e a cui la quarantena all’arrivo nella casa lasciata, forse, non spaventa così tanto, di sicuro meno che doverla fare, o saperla fare dai suoi cari, separati da otto regioni.

Pensateci, e poi rifate pure la battuta sulla ’nduja e la pizzica.

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