Quasi fossimo soprattutto stanchi

Qualche giorno fa, Giuseppe Civati mi ha girato il link  a una poesia bellissima, di Mariangela Gualtieri su Doppiozero: «Questo ti voglio dire/ ci dovevamo fermare./ Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti/ ch’era troppo furioso/ il nostro fare. Stare dentro le cose./ […] Ci dovevamo fermare/ e non ci riuscivamo. […] E poiché questo/ era desiderio tacito comune/ come un inconscio volere -/ forse la specie nostra ha ubbidito/ slacciato le catene che tengono blindato/ il nostro seme». Leggetela tutta, ve la consiglio; vale ognuna delle sillabe con cui è scritta.

​Penso a questa poesia della Gualtieri, e la sento perfetta. Mi suggerisce l’idea che, non tanto il morbo, ovviamente, ma il sentimento, la voglia di fermarsi, colpisca prima e di più i forsennati del Pil. Il pensiero che evoca, quello di una specie umana che pare, inconsciamente, ricercare un modo, persino pericoloso, per avere un motivo che non lasci scrupoli alla sua voglia di rallentare, è forte. Eppure, «se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato». È un’impressione non suffragata da prove, ma sembra che a chiedere di più e con più forza di fermare tutto e di fermarsi tutti siano quelli che corrono con maggior foga e da più tempo: la Cina subito, il Giappone a seguire, la Corea poi, la Lombardia ora. 

Non so come spiegarlo meglio di così, però nella strada intorno all’ufficio, la mattina all’obbligo di chiusura, i cartelli comparsi per segnalare le chiusure autonomamente decise da negozianti e da ristoratori, sembrano stranamente intrisi di sollievo. Persino l’e-mail con cui una nota catena di articoli sportivi annunciava il fermo delle sedi nazionali per tutta la settimana, pareva contenere un non detto quanto patito: «finalmente».

Lo stesso sentimento ho l’impressione leggerlo negli occhi delle persone con cui parlo, nei commenti e nelle opinioni che leggo. Ci siamo così messi alla frusta da soli, come sistema e come mondo, che non ce la facciamo più. Individualmente e in quanto società. Quando ci si allena troppo (si corre troppo, appunto), le difese immunitarie si abbassano; forse anche adesso ci siamo esposti da soli alle infezioni perché sfibrati. E come in quel caso il piccolo dolore, le due linee di febbre, la leggera indisposizione vengono accolte quale occasione per rinunciare alla seduta di allenamento senza per questo sentirsi in colpa, pure oggi, come specie intera, accogliamo la malattia quasi fosse un’occasione di riposo, per guarire al contempo dell’altro male che ci tiene e ci fa correre, nella speranza di liberarcene.

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