Le basi scientifiche di una società egoistica (o per paura pronta all’autoritarismo)

È quando più si è spaventati che ci si affida al medico. Anche per questo, la fiducia diventa assoluta; nelle sue mani si mette la propria vita, e per questo non può che esserci di norma speranza nel seguire, rigorosamente, ogni sua indicazione. Ma può un Paese intero finire in terapia, sotto prescrizione medica? Guardate, qui non si sta mettendo in discussione l’emergenza o la gravità della situazione legata alla diffusione del contagio da coronavirus. Ci si pone però la domanda su cosa si stia chiedendo e su quanto si stia cedendo.

Le risposte che i governi stanno dando alla crisi epidemiologica, nei fatti, sembrano rispondere solo a esigenze di disinfezione. Ma noi siamo vivi, contaminati e contaminanti per nostra stessa natura. Così, le strade si biforcano, come le uscite possibili da questa situazione. Una, che individuerei a destra, dove l’altro è sempre un problema, il «virus straniero» (come ha detto Trump), dove l’esercizio del potere assume vesti biopolitiche, con tanto di controllo facciale, tamponi a tappeto e scanner per la rilevazione della temperatura e il conseguente fermo dei sospetti contagiati (come in Cina, ma non solo), dove i capitali e le merci sono ancora più liberi di girare (come sulle piattaforme del trading o ai confini interni dell’Ue), perché asettici e sempre disponibili e ordinabili comodamente da casa, mentre agli uomini si frappongono barriere, in quanto potenzialmente infetti e infettanti. L’altra, che vedrei a sinistra, attraverso la consapevolezza che se nemmeno i germi sono razzisti, non possiamo esserlo noi, che si può far andare avanti il mondo senza dover per forza mettere tutti in moto un’automobile ogni giorno, che i soldi che ci sono possono essere investiti nelle cose che servono, come la sanità e gli ospedali, invece che nei cacciabombardieri o in inutili esercitazioni militari e che la vita non è il tempo che rimane fra il lavoro e lo shopping.

Timori e speranze al tempo del Covid-19, mi si potrebbe obiettare con facile battuta letteraria. Tuttavia, in questi giorni mi è capitato di ascoltare e leggere di troppa gente che invoca misure drastiche, modelli autoritari, che chiede repressioni esemplari dei comportamenti di chi, con segnali di malattia ancora da vagliare, si avventuri per strada. E non sono sicuro che, come dicevo, ci si renda pienamente conto di cosa si sia in procinto di chiedere e di quanto ci si appresti progressivamente a cedere. Il quadro finale che potrebbe emergere rischia di essere compreso fra una distopica civiltà sterilizzata – alla Huxley, per intenderci – e una cupa e asfissiante atmosfera di rancore e paura – tipo Orwell, per capirci.

E qui non è peggio che in altri posti, purtroppo. Pure in questi giorni di tensione, sono stati scritti da altri parlanti lingue indoeuropee commenti sulla presunta incapacità degli italiani ad attenersi alle norme, sulla loro refrattarietà alle regole, figlia di un inguaribile ed eccentrico individualismo. E fa un po’ male, anche perché quell’accusa arriva da posti di cui amo profondamente cultura e costumi, ma ancor di più perché non di rado noi stessi ci profondiamo in comportamenti per cui, sinceramente, è arduo dar torto ai nostri critici.

Solo che, non so come dire e sarà di certo per il mio anarchismo cafone, persino, anzi, soprattutto in situazioni di emergenza o crisi come quella che stiamo vivendo o addirittura peggiori, preferisco e mi spaventa meno vivere tra chi interpreta le leggi invece che rispettarle in maniera ligia, piuttosto che fra quanti obbediscono solamente agli ordini.

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