«Hassi a rifar, ma il tempo manca». Ovvero, del dominio della cattiva consigliera

Lo scorso 18 settembre, alla vigilia della sua visita ufficiale in Italia, intervistato da Paolo Valentino per Il Corriere della Sera e interrogato su quale fosse il compito che avesse difronte la classe politica democratica per rispondere alle sfide lanciate dai sovranisti e dalle ideologie della semplificazione per slogan, il presidente della Repubblica federale tedesca spiegava: «Avremo bisogno di molto tempo, energia e anche impegno personale per riguadagnare la credibilità della politica laddove è andata persa tra gli elettori. Si cominci con la politica che si occupa dei problemi reali della gente e offre soluzioni dove sono urgentemente attese. E a mio avviso si continui con la presenza dei rappresentanti politici dove non si fanno vedere da molto tempo. Questo significa andare via dalla capitale e recarsi invece nelle regioni. Dobbiamo convincere di nuovo la gente che l’affermazione della democrazia vuol dire anche vivere nella diversità. Questa è la particolarità delle società aperte: che le persone s’incontrano con le loro differenze, con le loro peculiarità e anche con le loro ostinatezze. Tutti hanno il diritto di essere ascoltati, ma non tutti possono aspettarsi che le loro posizioni alla fine si riflettano in decisioni politiche. Dobbiamo promuovere la consapevolezza che la qualità della democrazia sta proprio nell’organizzare l’equilibrio fra i diversi interessi all’interno della società, che la democrazia non può sopravvivere senza compromessi».

Questa lunga citazione delle parole di Frank-Walter Steinmeier muove sostanzialmente dall’attacco con il quale egli inizia la sua risposta, quel «avremo bisogno di molto tempo». Nella corrente che spinge alla semplificazione e alla velocità, egli si pone in direzione contraria (e ostinata, potremmo aggiungere in stile deandreiano), e spiega come, proprio oggi che tutto va via velocemente, è necessario fermarsi e impegnarsi con la lima sulle cose che sono da correggere, smussare, definire. La lima, sì. Non il lanciafiamme o la ruspa, le macchine e gli arnesi del far presto, ma l’attrezzo del lavoro di fino, che richiede attenzione e pazienza, oltre che energia e impegno. Quella che s’era rotta nell’officina delle muse già al tempo in cui in quella si pose il Leopardi. E che oggi, al bancone della politica, al solo nominarla genera occhi straniati e interrogativi, ignari – inconsci? – della sua funzione e del suo valore.

Il capo di Stato tedesco sembra poi pensare a casa sua e alla storia recente della Germania, quando dice che la democrazia è vivere nella diversità. Nell’omologazione possono star bene i totalitarismi, e se proprio all’Est la varietà sociale e di costumi, colori e composizione della popolazione fa più paura, permettendo agli estremismi di destra di cavalcarla, è proprio perché lì, per più tempo e fino all’altro ieri, s’è perpetuato, sotto la cenere d’un predicato internazionalismo esteriore, il mito di una Volksgemeinschaft rigidamente strutturata e imperniata sul dato etnico omogeneo. Per dirla in prosa, proprio fra la popolazione di quello che è stato il più tedesco degli stati germanici, la Ddr appunto, fanno maggiore presa i discorsi contro la diversità e per una presunta omogeneità – purezza? – della società. E non è un caso.

Anche qui, con le parole di Steinmeier, a mancare è stato il tempo dello studio, della riflessione e del lavoro che andava fatto. Caduto il muro, si son pensati tutti e subito occidentali per cultura, tradizioni e princìpi pure i cittadini al di là dell’Elba, e s’è buttato al macero, velocemente e totalmente, tutto quello che era stato fino a quel momento il loro quotidiano. Così non era, così non poteva funzionare. E così non ha funzionato.

Ora serve tempo, dopo averne perso tanto proprio nell’illusione di poter andare spediti.

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