Ancora sul Global Strike for Future (e poi basta)

«Ma perché attaccate Greta Thunberg? Non è forse vero che il cambiamento climatico mette a rischio il pianeta intero? Solo perché è nata nella parte ricca del mondo non deve parlare dei danni che questa ha fatto e continua a fare, a cui si aggiungono quelli dell’inquinamento prodotto dai paesi in via di sviluppo?». In un messaggio via Facebook, un’amica mi rimprovera così per quello che ho scritto ieri. Però non ritengo d’aver detto quello di cui mi accusa, e di cui sento e leggo spesso in giro, a proposito di quanti cercano di capire e rispondere, anche dialetticamente, alle sollecitazioni dei giovani del Global Strike for Future.

Sto dicendo che i ragazzi figli del mondo ricco non hanno il diritto di parlare, perché il benessere che hanno, e che permette loro pure di protestare, è il prodotto dell’inquinamento che contestano? Tutt’altro: proprio loro sono i primi a doverlo fare, e proprio perché del benessere a scapito della Terra ottenuto godono. Questa è la responsabilità che si assumono, e per questo a loro va tutto il mio apprezzamento. Allora, quasi il mio articolo fosse un dozzinale meme da social, sto mettendo in relazione la vita dei giovani occidentali con l’infanzia davvero rubata ai bambini del terzo mondo? Per chi mi avete preso? Quando dico che è ingeneroso accusare, totalmente, le generazioni precedenti d’aver negato un futuro al pianeta per una sorta di egoismo è perché è proprio con l’intenzione di dare una vita migliore a quelle attuali che spesso esse hanno agito. Perciò lo ritengo eccessivo, quel giudizio: ché è un processo sbagliato a delle intenzioni giuste, pur se dagli effetti contraddittori. Mentre, al contrario, vedo sacrosanta la protesta e la voglia di portare l’attenzione su un cambiamento climatico che c’è, e che rischia di arrivarci addosso prima di quanto immaginiamo, come un ghiacciaio su una baita, per prender a metafora le notizie della cronaca.

Il rischio che vedo, e che mi preoccupa, è il farsi fede di una posizione oggettiva. Ho sempre condotto la mia vita cercando di non consumare troppo. Più per antica e innata cultura della frugalità che per convinzione ideologica maturata con il sapere, mai ho corso verso l’accaparramento dei beni fine a sé, lo spreco di energia, l’abuso di una situazione comoda, di cui continuamente cerco di definire il senso e le dimensioni parametrandola a ciò che è stato qui e al ciò che ancora è altrove. Eppure, in alcune posizioni assunte non colgo – magari per mio limite – la dovuta attenzione al perché l’umanità abbia spinto sull’acceleratore e cercato modi sempre nuovi per aver di che mangiare, coprirsi, scaldarsi, e poi muoversi, faticare meno, viver meglio. C’è come la mancanza della consapevolezza della situazione da cui mossero, quelli che si misero ad agire nel modo che poi, solo poi, si scoprì inquinante. Non furono inventati i pesticidi e gli antibiotici per avvelenare i fiumi e le carni degli animali; lo si fece cercando un modo per ridurre i tassi di mortalità dovuti a fame e malattie. Perdere di vista questo, l’umano che c’è dietro la spinta ad avere un po’ di più, dicevo, è il rischio maggiore che intravedo.

Ma c’è stato un tempo in cui gli uomini non aggredivano così tanto le risorse del pianeta, e vivevano con esso più in equilibrio; perché oggi non può essere così? Non ho mai detto che non possa, ho detto che capisco le motivazioni di quelli che non considerarono centrale quell’aspetto e che non lo considerano ora, quando c’è da uscire da una situazione per cui, in quel momento e in quel luogo, si muore per mancanza del necessario. Un solo esempio: spesso si dice che la Cina, quarant’anni fa, non pesava sulle risorse della Terra come oggi, per quanto avesse già allora un miliardo di abitanti. Vero. Ma nel solo decennio degli anni ’80, 250 milioni di cinesi uscirono dalla condizione di povertà in cui fino a quel momento avevano vissuto, allontanando da loro spettri atroci come le carestie, che solo trent’anni prima avevano causato qualcosa come 40 milioni di vittime.

Ecco, quando giudichiamo quelli che fecero tali scelte, teniamo conto anche di simili aspetti; il nostro giudizio potrebbe guadagnarci in comprensione e umanità. Solo questo chiedo agli interpreti di un movimento che ha tutta la mia stima e il mio appoggio, e che, in pochi mesi, è stato capace di compiere e far compiere passi che, in anni, altri non sono stati in grado di fare, e forse nemmeno di sperare.

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