La retorica delle “eccellenze” non dà solo buoni frutti

«Il meridionale Luigi Di Maio, un ex giovane che non ha finito l’Università, che sbaglia i congiuntivi, che non ha un papà professionista, che non è riuscito mai ad avere un lavoro, provoca una sorta di identificazione in lui da parte di tantissimi giovani ed ex giovani meridionali che sono avvelenati verso tutto quello che è istituzione, che odiano tutti quelli che sono “realizzati” e che sono inquadrati. Quelli che sono restati a casa sono giovani spesso mediocri, purtroppo senza una biografia e che si identificano in un leader senza biografia. E poi pesa molto nella simpatia verso i Cinque Stelle il tradizionale individualismo meridionale, un certo egoismo sul quale lo slogan “uno vale uno” finisce per colpire un nervo sensibile».

Così spiega Marco Ciriello a Fabio Martini, per La Stampa. Certo, ci sono poi le altre circostanze che potrebbero concorrere a un risultato importante di quel movimento nel Mezzogiorno, tra cui non sono da sottovalutare quelle che il compassato Mastella evoca sempre nello stesso articolo. Ma quanto evidenziato dallo scrittore avellinese credo sia lo spaccato più interessante di questa situazione potenziale: i senza talento. Quelli “normali”, in fin dei conti e con tutte le attenzioni che ci vogliono nell’usare questo termine, ovviamente. Perché nel mentre la politica di governo, e soprattutto, mi pesa dirlo, a sinistra, si è intestata la retorica delle “eccellenze”, quelli che non lo erano e non lo sono, che vivono nella norma, i “mediani”, e non necessariamente mediocri, ma pure questi e anche i peggiori, i più deboli, i vinti per mancanza di capacità, competenze o semplicemente occasioni (a meno di non voler immaginare che, per vincere, di questi non ci si debba interessare), se ne sono allontanati per la semplice ragione che, in quella e giustamente, non si sentivano compresi. E il frutto dell’inseguimento dei “migliori” è questo allontanamento di tutti gli altri.

A quanti devono cimentarsi con le dinamiche del consenso, non farebbe male rileggersi ogni tanto le parole del Grande Inquisitore di cui Ivan Karamazov racconta al fratello Aleksej. È spesso la capacità di empatia e (che sia apparente o meno non ha importanza) condivisone delle difficoltà e delle debolezze dei molti che produce identificazione e, di conseguenza, adesione di questi ultimi alla visione che propongono interessati mestatori nel torbido. Al contrario, porre i migliori quale esempio da seguire, dimenticandosi che se sono tali è pure perché ciò che fanno è difficile da fare, produce distacco, diffidenza, non di rado vera e propria avversione.

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1 risposta a La retorica delle “eccellenze” non dà solo buoni frutti

  1. Italiote scrive:

    Che strane le abitudini, talvolta si esprime in modo apodittico qualche tesi con l’aspettativa che nessun altro si chieda in che modo vadano dimostrarle.

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