Lo sanno che Trump è ricco, ma la Clinton non li rappresenta

«Se New York non è l’America e Manhattan non è New York, il Village non è Manhattan, ma un mondo a sé popolato da gente che si ciba quasi esclusivamente di quinoa, ascolta – sul cellulare – la Npr, la radio pubblica, legge riviste sofisticate. Il New Yorker titola “Una tragedia america”. Girano ancora le copertine dello scorso numero del New York Magazine, con il parrucchino di Trump e il titolone “Loser”, perdente. Ora viene guardato con sospetto anche Slobo, il senzatetto che esponeva il cartello “se non mi date un dollaro voto Donald”: e se l’avesse fatto davvero? Spiega Morgan che con gli amici rimasti in Ohio fatica a comunicare: “Io parlo di Siria, loro mi parlano dell’assicurazione e dei mutui. Io parlo di proliferazione nucleare, loro del lavoro che non si trova”». Così Aldo Cazzullo, nel suo reportage dalla città che non dorme mai per il Corriere della Sera in edicola ieri. Poi, proseguendo nel racconto, questa volta da Harlem: «La piccola borghesia di colore e quella ispanica, ormai maggioritaria nel quartiere, è al lavoro. I poveri sono alla continua ricerca di bingo, sale scommesse, slot machines, dove infilano le monete prese da un grande contenitore da pop-corn con lo stesso sguardo spento, la stessa meccanica compulsiva di una catena di montaggio. La tenutaria, una gigantesca signora nera, assicura che a lei di Trump, Hillary e soprattutto Obama non importa nulla: “Lui non è uno di noi. È stato educato da bianchi, parla come un bianco. E dai bianchi, chiunque siano, a noi non è venuto mai nulla di buono”. E Michelle? “Michelle è diventata come il marito: passa tutto il giorno a coltivare carote e a fare pilates. Secondo lei qualcuno qui si preoccupa di fare del moto? Qualcuno ha l’orto biologico? E comunque, se non volevano Trump, ci dovevano pensare prima”».

Leggendo quelle parole, me ne sono tornate in mente altre lette durante la campagna elettorale per le scorse amministrative nostrane, trovate per caso su Facebook, scritte dai curatori della pagina Hipster Democratici e rivolte a militanti e dirigenti dei partiti di sinistra, Pd ma non solo: «non è da queste ultime comunali che le zone centrali e più benestanti delle città o comunque le aree vivibili e fornite dei servizi pubblici migliori danno il loro voto alla sinistra moderata (ma anche quella radicale) e le periferie si spostano verso la destra o verso i grillini, sarà almeno una ventina d’anni che va così e non è compito nostro indagare le ragioni di questo cambiamento (dovrebbe essere il vostro). Vedete, forse a chi vive in Barriera di Milano, alla Barona, o a Roma est (se esiste davvero al di fuori di Vice) non fa sbellicare dal ridere lo strafalcione del parlamentare del M5S, non indigna la bufala sugli immigrati o non è interessato al lavoro di militanza che c’è dietro all’aperitivo elettorale coi Giovani Turchi, magari i pochi di loro che avete tra gli amici vi vedono come dei boriosi privilegiati che parlano un linguaggio incomprensibile e, nel segreto dell’urna, continueranno a votare la Raggi o Salvini. Forse dall’alto dei vostri post che indirettamente sfottono coloro i quali non hanno fatto il classico e non avevano i genitori che gli potevano – volevano – pagare l’università avete perso di vista la situazione attuale».

Insomma, credo che il problema sia un po’ di questo genere: lui, Donald, è ricco, e forse non li difenderà. Ma lei, Hillary, si è arricchita dicendo di rappresentarli. E quando chiedevano conto del perché si stessero impoverendo impoverendo, con lavori sempre più precari e meno pagati, prima, dal marito, si son dovuti sorbire il sarcasmo in forma di slogan, «it’s the economy, stupid!», poi, dall’interessata, il disprezzo che glieli faceva additare come «un branco di miserabili», solo perché non capivano la fortuna capitata loro con la possibilità di votarla. Per dirla in un linguaggio più consono alle strade senza nome che ai palazzi della nomenclatura, con la sua altezzosità, direi, “mariantonettiana”, i suoi vestiti eleganti e lo sguardo perennemente dall’alto in basso, i suoi amici banchieri e tutta quella pletora di intellettuali, artisti, professori e altri benestanti a farle il coro, Hillary Clinton ha rotto. E questa rottura è quello che è esploso nelle urne, in quelli che vi si sono recati e nei tanti che se ne sono tenuti alla larga.

Noi, qui in Italia, un fenomeno simile lo abbiamo conosciuto, e non solo per le tricologiche affinità fra il prossimo inquilino della Casa Bianca e il nostro ex cavaliere. Quando a D’Alema non gli si perdonava la barca e per Berlusconi si chiudevano gli occhi su una sfavillante e indecente opulenza, i motivi erano tutti da ricercare in quel sentimento che Maureen Dowd, editorialista del New York Times, ha sintetizzato descrivendo la candidata dem come un «vescovo episcopale che pensa di meritare di vivere al livello dei parrocchiani più ricchi per aver dedicato la sua vita a Dio e alle opere di bene».

Sto dicendo che chi fa politica debba aver la vocazione al francescanesimo per essere gradito all’elettorato? Quando mai; ho appena detto che Trump e Berlusconi erano e sono accettati nonostante gli immensi averi mai nascosti. Voglio invece dire che se ti poni a rappresentare la parte di società che ha meno, cosa che sarebbe il compito della sinistra, non puoi avere una storia che racconta di come, facendo politica in nome loro, tu ti sia arricchito nello stesso tempo in cui i tuoi rappresentati si impoverivano e difendere lo stesso sistema economico e finanziario che quelle condizioni ha determinato.

Nell’estremizzazione di Slobo il barbone: salta tutto? Che salti, tanto io son già “saltato”.

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1 risposta a Lo sanno che Trump è ricco, ma la Clinton non li rappresenta

  1. Marilù scrive:

    Mi trovo completamente d’accordo: quello che, secondo me, viene contestato alla Clinton (ma in tutta la sinistra moderata delle liberal democrazie) è proprio il fatto di aver tradito la propria base elettorale. La sensazione dilagante mi pare essere quella che questi individui (si noti! non più rappresentanti) abbiano sfruttato la massa, il “noi”, con l’unico scopo di diventare élite, un “loro”. Ora non nego che un’élite democratica sia necessaria per governare una democrazia rappresentativa ma tale meccanismo mi pare funzionare solo fin tanto che tale élite viene considerata rappresentativa. Altrimenti il meccanismo si inceppa.

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