Ma non volevate discutere «nel merito»?

Il gioco inutile iniziato dalla ministra Boschi col suo superfluo «come Casa Pound», ha recentemente offerto ai sostenitori del fronte opposto nella stessa vacua competizione un assist niente male, con la nipote di quello che faceva arrivare i treni in orario orgogliosa nel dire: «se l’Anpi vota “no”, io voto “sì” tutta la vita». Ecco, in quella vacua competizione al ribasso, poter dire «come Mussolini» dev’essere una tentazione difficile da calmierare. Divertitevi, nel frattempo che aspetto l’extraterrestre per andar via.

Quello che mi chiedo, e chiedo soprattutto agli amici del #bastaunsì — visto che loro lo ripetono spesso — è: ma non dovevamo stare al merito? E allora, cosa diavolo c’entrano con la riforma del Senato, la revisione del Titolo V e l’abolizione del Cnel, Trump, Salvini, i populisti, Grillo, i mercati che crollano, la Brexit, l’Europa che ci guarda, Obama che plaude, la Clinton che sorride (forse non più tanto, diciamo), la Mekel che sostiene, Confindustria che apprezza, i sindacati che “rosicano”, se ci fosse stato Sanders, eh ma la Scozia, Corbyn e Blair, Erdogan e Putin, la lotta al terrorismo (in che senso?), eccetera, eccetera, eccetera? Io voto contro quella proposta perché non sono convinto che il contrasto fra Stato e Regioni (peraltro spesso nato dalla pretesa del primo di legiferare su ogni materia concorrente fin nei minimi dettagli) lo si risolva rinnegando l’autogoverno dei territori, che il bicameralismo perfetto sia un valore di rappresentanza, non un intralcio a una malintesa governabilità, e che se voti delle leggi, tutte o solo alcune, devi essere stato eletto direttamente per farlo; cosa c’entra chi o cosa vota come me o il quadro internazionale in cui avviene la consultazione?

Perché altrimenti questo voto è politico, ideologico. E il sostegno alla riforma non riguarda la specificità di questa, il merito, appunto, ma il sostegno a quelli che l’hanno proposta e al sistema in cui è nata. Dire, infatti, che non si deve votare “no” perché quello è l’obiettivo delle forze radicali e antisistema, significa spostare la discussione su un tema che con la revisione della Carta oggetto di referendum c’entra poco o nulla. Inoltre, accusare quanti si contrappongono alla riscrittura di un terzo della Costituzione da parte di una maggioranza (peraltro definitasi e compostasi nei nomi e nei numeri in virtù di una legge giudicata incostituzionale) di far parte di un fronte eterogeneo o di non essere una compagine pronta a fare qualcosa insieme, ignorando che proprio quella eterogeneità in democrazia dovrebbe essere perseguita quando si parla di regole comuni e dimenticando che precisamente in quella non disponibilità dei contrari a fare fra loro qualcosa insieme, magari di governo, risieda la migliore smentita delle loro tesi, non fa che dividere il Paese su un terreno che dovrebbe unirlo.

E in questo, la responsabilità maggiore è di chi ha voluto percorrere questa strada per forza.

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