Se la rappresentanza ha un senso

Premesso che io, in un ipotetico scontro fra D’Alema e Gentiloni, tiferei per una sorte come attese ai prodi combattetti in quello che vide opposti il burgundo Gernot e Rüdiger di Bechlarn nel Nibelungenlied, senza sottilizzare sul chi regalò la spada a chi e non cercando impossibili paragoni d’eleganza e qualità, quanto andato in scena nei giorni scorsi a Catania presenta alcuni aspetti interessanti. Da un lato, D’Alema ha ragione nel ricordare che si è verificata «una frattura sentimentale» fra il Pd e una parte del suo popolo e che la sua eventuale ricomposizione «dipende dal segretario», soprattutto perché, a suo parere, «chi ha portato lo spirito della frattura nel Pd è stato il leader del partito. Nessuno prima ha proposto di rottamare nessuno. Io mi sono scontrato con Prodi che però mi ha voluto come ministro. Uno può essere unitario ma quando l’unico intento è rottamarti, è problematico».

Di contro, non ha tutti i torti nemmeno Gentiloni quando ricorda, a proposito della riforma della Costituzione e del relativo referendum, che «per il sì c’è la stragrande maggioranza del Pd». Al netto delle percentuali che in questa o quella manifestazione possono incontrarsi, infatti, non può non essere come dice il titolare della Farnesina. Sempre che la rappresentanza abbia un senso, si capisce. Se essa è un principio ancora valido, ne consegue che il Partito democratico, nella sua «stragrande maggioranza», deve essere a favore di quanto, quasi all’unanimità, la sua espressione parlamentare e dirigenziale ha voluto, sostenuto e votato. E dato che la stessa è pure espressione del corpo elettorale e che ne è, di nuovo, la maggioranza, sempre che siano validi e legittimi gli strumenti per la sua definizione – cosa, peraltro, non contestabile, pena la messa in discussione di tutto il sistema –, anche le sorti dell’eventuale consultazione popolare sulle sue scelte dovrebbero essere al sicuro e scontate quanto agli esiti. Altrimenti, è essa a non rappresentare il soggetto di cui è mandataria, è il problema rischia di essere di natura diversa, soprattutto se la differenza di orientamento fra rappresentanti e rappresentati si manifesta in questioni di particolare importanza, come la Costituzione, appunto.

Perché il tema è tutto qui. I gruppi di Camera e Senato e il corpo della Direzione del Nazareno devono essere, anzi sono, nella logica che sostiene i meccanismi della rappresentanza, il Pd. Non può esistere un partito diverso da ciò che di esso ne è la proiezione esterna e istituzionale. Se, al contrario, così fosse, se davvero in quel partito l’orientamento prevalente dei militanti fosse opposto o fortemente diverso in termini di valutazioni e orientamenti dai suoi organismi “eletti” (e non c’entra nulla l’indipendenza di mandato, dato che si parla di aspetti politici, non di diritti e facoltà garantite e che non si vogliono in nessun caso togliere), saremmo dinanzi a un caso di “schizofrenia politica” che ha bisogno di analisi critiche e risposte ragionate.

Sempre che qualche comitato centrale non intenda nominarsi un nuovo popolo, s’intende.

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