Il tentativo di non comprendere

Il racconto delle posizioni rispetto alla questione delle riforme costituzionali fatto dal governo e dal partito di maggioranza (almeno nella sua parte maggioritaria, che però, stando ai voti espressi, coincide praticamente con il tutto) cerca di dipingere uno scenario in cui, da una parte, ci sono “quelli che vogliono cambiare l’Italia”, cioè Renzi, Verdini, Alfano, Formigoni, i giovani turchi e i vecchi ottomani, le minoranza interne e gli esterni, ed esteri, moniti, come “chi si dichiara di sinistra e democratico/ però è amico di tutti perché non si sa mai/ e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico/ ed è anche fondamentalista per evitare guai”, e, dall’altra, i costituzionalisti sinceramente democratici, le forze schiettamente di sinistra, ma pure la destra più retriva, Salvini e la Meloni, Grillo e Casaleggio, Berlusconi, Bossi e Fini, che “certi amori non finiscono/ fanno giri immensi e poi ritornano”.

Voterò “no” se quel referendum sulla riscrittura della Costituzione  ancora da approvare ci dovesse realmente essere. Però è chiaro che l’idea che muove la narrazione, pardon, lo “storytelling” del potere è quella di disegnare un mondo, una partita, un derby, come piace al premier, in cui di qua ci sono i buoni, si fa per dire, e di là i cattivi, o presunti tali. E non c’entra il lato da cui si guarda, dati molti dei protagonisti in campo; il gioco punta ad escludere, a far sentire non compresi, alieni alla materia di quello di cui si discute.

È un gioco pericoloso, ovviamente, ma è l’unico che la politica italiana – e stavolta, davvero, le parti si confondono fino ad apparire tutte una – pare aver voglia di giocare: allontanare, tenere a distanza, disincentivare alla partecipazione tutti coloro nel cui nome si amministra la “cosa pubblica”. Il rischio, come è facile immaginare, sta proprio nel fatto che, così facendo, la politica alimenta il suo contrario, quella stessa anti-politica di ogni giorno fa spauracchio e incubo.

Perché se non mi sento “compreso” nel processo democratico e rappresentativo, allora è chiaro che delle sue sorti e del suo destino poco o nulla m’interessi. Perisca il sistema e la sua organizzazione, per me cosa cambierebbe? Non ne faccio parte e chi lo guida fa di tutto per tenermi ai margini, mi dovrei preoccupare della sua tenuta? Perché mai?

Solo che, nel deserto che in tal modo si crea, lungi dall’ascoltare le flebili voci mettono in guardia dall’azzardo, è facile che qualcuno sia spinto a seguire i possenti tamburi e le squillanti trombe che chiamano alla carica e ritmano il tempo della rivalsa che nasce dal rancore. Senza nessuna prospettiva o alcun orizzonte, ma con l’unico intento (nichilista?) di distruggere, o almeno veder deperire, tutto quello in cui non si è tenuti in considerazione.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento