Lascia o raddoppia: la democrazia dell’azzardo

«Se perdiamo il referendum sulle riforme, andiamo a casa». Sono parole del capo del governo. La distanza da quelle di Piero Calamandrei è astronomica: «Nella preparazione della Costituzione, il governo non deve avere alcuna ingerenza. […] Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria. […] Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti».

Ma Renzi, si sa, è abituato al rischio, all’azzardo: o raddoppia il suo prestigio e il potere del ruolo a cui (“pro tempore”, verrebbe voglia di ricordargli, come gli schiavi posti dietro il condottiero vittorioso sulla biga trionfale sussurravano il loro “memento mori”) è chiamato, o lascia. Una torsione peronista e quindi populistica dei concetti di rappresentanza e delle istituzioni, con il governante che chiama il popolo al plebiscito sulle proprie leggi. Il premier che si fa votare dal Parlamento la sua riscrittura dell’assetto dello Stato con la spada alzata del “se no si va tutti a casa”, chiede in maniera diretta ai cittadini il pronunciamento, se no “a casa” ci va lui. Se volete esempi internazionali recenti di un simile modo demagogico di trattare la rappresentanza e intendere la democrazia, potete pensare a Chávez, a Putin o a Erdoğan ; il non detto è sempre lo stesso, “o me, o il caos”.

Se non è eversione, non le è nemmeno tanto distante. Ma qui e ora Renzi pone un altro problema: facendo della nuova Costituzione, ché quella che ne esce questo sarà, la sua Costituzione, divide il Paese sull’unico tema che non dovrebbe essere divisivo per definizione, o che quantomeno dovrebbe puntare all’unificazione. Se è del governo quella Carta, come può rappresentare gli altri? Come può garantire anche me? Come può essere riconosciuta pure da coloro che al governo, pro tempore, e alla sua maggioranza radicalmente si oppongono?

Il presidente del Consiglio dice: «Se perdiamo il referendum sulle riforme, considero fallita la mia esperienza politica». Ma quelle riforme, strettamente connesse con quelle elettorali, disegnano una nuova forma di governo, decisamente più schiacciata sul potere esecutivo e sulla stabilità e meno centrata sulla rappresentanza e sulla partecipazione. È quello il compito di una maggioranza parlamentare, per di più tale in virtù di una legge giudicata incostituzionale? Riscrivere l’assetto delle istituzioni e i rapporti fra i poteri dello Stato? Fare, in estrema sintesi, della Costituzione una “questione di parte”, al limite, “di partito”?

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