Vi manca l’aria?

Prima che la bomba di Pyongyang, a far cadere nel dimenticatoio la questione dello smog nelle nostre città erano bastate la caduta di qualche goccia d’acqua dal cielo e di qualche indice dei mercati d’oriente. Eppure, il problema non è sparito affatto e c’è sempre stato, solo che non ce ne preoccupiamo più e tanto, se non nelle feste o quando abbiamo poco altro di cui discutere.

I dati sulle polveri sottili nel periodo natalizio a Roma, Milano, Torino, Napoli e in altre realtà avevano generato una forma di isteria collettiva, come se tutti fossimo esperti di PM10 (che chissà cosa sia) e di giusti regimi di riscaldamento e buone pratiche di utilizzo dei mezzi di trasporto, parlavamo solo di quello. Abbiamo assistito a blocchi del traffico, targhe alterne, ordinanze comunali sulla regolazione delle temperature negli uffici e negli alloggi. Tutto giusto, per carità, ma rimane una domanda inevasa: non era proprio questo il modello che per decenni avete perseguito, fatto di motori a scoppio, bruciatori a gasolio e trasporto privato in grandi concentrazioni urbane?

Perché, vedete, io credo che la questione sia tutta lì. Avete presente quando la storia dell’attuale modello industriale ed economico italiano? Bene, era all’epoca che si doveva intervenire, e invece. Invece, le uniche eccezioni erano lasciate a curiosi cantanti pop o intellettuali troppo critici per poter essere accettati, anche dai critici per professione. Certo, c’era pure qualche politico serio fra quelli che “eccepivano” contro il modello imperante, ma fu presto messo da parte e banalizzato. Per il resto, da destra a sinistra, tutti a festeggiare il boom, la crescita, l’abbondanza: di merci e di fumo.

Via dalle campagne e dai monti, non più contadini e artigiani, sotto a farci operai, a credere nel consumo e nella produzione per altro consumo. “E poi, che resterà?”, chiedevano pochi. “Roba da ‘acchiappalucciole’; cemento, asfalto e petrolio, solo questo conta”, venivano zittiti. Ecco, qui siamo: città troppo piene per essere vissute e troppo care per poterci campare, colline vuote che gli franano addosso e l’ilare paradosso del dover fermare il traffico dei veicoli a motore negli stessi giorni in cui si celebra come segno del progresso una variante autostradale e la quotazione azionaria d’una ditta di automobili.

Ci sarebbe da ridere fino alle lacrime, se non fosse che, ridendo, si riempirebbero i polmoni di quelle polveri che tanto ci spaventano e ancora di più ci fanno male. Signori, l’abbiamo voluto, ricercato e perseguito il nerofumo che ci asfissia e oggi siamo al bivio in cui o rinunciamo ai nostri beneamati punti di Pil, o soffochiamo per le conseguenze del loro troppo aumentare.

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