Accade, ignorando il disagio

“Al Pd di Renzi siamo alternativi. Ma non perché ci stia antipatico Renzi, con loro c’è un confronto ma c’è anche una competizione. E non precludo nemmeno la possibilità di sostenere un candidato del M5S, se sul piano programmatico fosse più compatibile con la nostra idea di sviluppo di una città. Vogliamo stare sui programmi”. Cosa c’è di male in questa affermazione? In punta di ragionamento, nulla: se si è alternativi a un partito, è normale che si cerchi di batterlo alle elezioni. Inoltre, è normale che non avendo nessun vincolo con altre, una forza politica decida di sostenere un candidato in base alla compatibilità delle idee e delle visioni. Sbagliati, forse, sono i modi e i tempi, che fanno sembrare quella di Fassina più una ripicca che una posizione politica.

Mi stupisce l’attenzione che ambienti renziani e renzizzati hanno dedicato a quelle parole: gli stessi che sorridevano della presunta irrilevanza dell’ex viceministro del governo Letta, certificata dal “Fassina chi?”, spulciano ciò che dice e adombrano tregende nel caso in cui egli decidesse di non votare per loro. E poi, perché lo schema valido contro Marino (unire le firme dei consiglieri del Pd a quelle delle opposizioni per mandare a casa un sindaco del Pd), non lo sarebbe se qualcuno aggiungesse i propri voti a quelli di chi al Pd si oppone, pur di non contribuire a eleggere un candidato del Pd? O ancora, perché è lecito proporre un’alleanza con tutti, da Berlusconi a Migliore in funzione anti-grillina, come ha fatto la ministra Lorenzin, ma non lo è il ragionamento contrario, tanto più che non si parla di allearsi con Grillo, al massimo di votare i candidati di quel movimento nel tentativo di bloccare il sodalizio che va dai già rifondaroli fino agli ancora berlusconiani?

Devo ammettere che mi hanno meravigliato pure le parole contrarie all’ipotesi di alcuni esponenti del M5S, probabilmente gli stessi che fino a poco fa urlavano dai social a tutti di “svegliarsi” e votare per loro, e oggi che qualcuno si dice disposto a farlo, incomprensibilmente, eccepiscono. E non sbalordisce di meno il fatto che Fassina non si fosse accorto che la strada che avrebbe potuto portare a quel probabile incontro passava per Rodotà, non certo dal governo con Brunetta.

Ancor di più, mi sorprende come solo adesso ci si accorga di quanto stia accadendo. Più volte m’è capitato di dire che, nel caso in cui il Pd di Renzi arrivasse al ballottaggio, nella migliore delle ipotesi, per loro, intendo, me ne andrei al mare o in campagna. E non sono l’unico a pensarla così, come nel mio piccolo ho provato a raccontare. L’altro ieri, ho trovato una non molto dissimile lettura nelle parole di Emanuele Macaluso sulla nascita di Sinistra Italiana: “Purtroppo, Renzi non capisce o non vuol capire che il problema non è solo il Quirino ma il malessere politico di una vasta area di militanti ed elettori di centrosinistra che sono delusi, sconcertati ,amareggiati per come vanno le cose nel governo e, soprattutto, nel Pd. E pensano, a ragione, che le scissioni indeboliscono la sinistra e non hanno un avvenire, ma loro non si identificano con quel che fa Renzi”. E quindi, possono essere tentati di non votare più per quel partito.

Dopotutto, sono Renzi e il Pd ad aver posto le ragioni delle loro politiche nella forza dei numeri elettorali. Come accaduto alle Europee, e in parte pure alle ultime Amministrative, credevamo che si votasse per il Parlamento di Bruxelles, o per qualche consiglio regionale o comunale, e poi abbiamo scoperto si era votato per le riforme renzianissime, da quella del lavoro a quella dell’assetto costituzionale, dallo sblocca grandi opere, asfalto e cemento all’aziendalizzazione della scuola, con tanto di preside-manager e chiamata diretta degli insegnanti.

Ora che la lezione l’hanno spiegata bene e in tutti i suoi dettagli, con la decisione e la competenza didattica e pedagogica di cui sono stati capaci, vorrete mica pensare che gli altri non l’abbiano capita e appresa, e si regolino di conseguenza?

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