Quella domenica in campagna

Leggevo ieri di un sondaggio commissionato e pubblicato da Scenari Politici che darebbe il Pd al 29% tallonato dal M5S, al 26,1; un dato eclatante, che segnerebbe per la prima volta nell’era renziana il ritorno dei “democratici” sotto il 30 per cento. Sinceramente, non ci credo molto: perché il dato è troppo distante da altre rilevazioni effettuate nello stesso periodo e perché il profilo moderato, e decisamente conservatore su diversi temi, che quel partito sta assumendo in questa stagione vale decisamente più del 29% nel nostro Paese.

Detto questo, il Partito democratico sembra essere ormai lontano da quel 40,8% delle ultime Europee. E anche dalla soglia per accedere al premio di maggioranza fin dal primo turno delle Politiche, una volta che l’Italicum sarà in servizio effettivo e che (e se) la riforma del Senato giungerà in porto. A quel punto, chi dovesse prendere il 40%, prenderebbe tutto, o quasi. Altrimenti, come si prospetta un po’ in tutte le previsioni degli istituti demoscopici, si andrà al ballottaggio. E senza apparentamenti o coalizione, ognuno andrà dove vorrà andare, anche non necessariamente ai seggi.

Ora, io non credo che il Pd di Renzi e tutti quelli che con esso si candideranno vorranno il mio voto, né al primo, né al secondo: se gli interessava il mio giudizio, non avrebbero definito “rosicare” le mie critiche, “gufare” le mie opinioni, “asfaltabili” i miei valori, le mie idee e le mie parole. Ma, nel caso, comunque la vedrei difficile sostenere chi ha detto chiaro e tondo che quelli come me erano utili come gettoni per un iPhone.

Inoltre, e non per ultimo, ci sono le politiche fatte in questi mesi e anni. Dal mercato del lavoro alla scuola, dalla gestione dell’emergenza abitativa alle questioni dell’ambiente e delle infrastrutture, dall’assetto delle istituzioni alla legge elettorale, in ognuna di quelle scelte sono state messe in campo le azioni che, quando le facevano altri, criticavamo. Se votassi per chi tutto ciò ha sostenuto, sarebbe come approvare quel che è stato fatto e dire che prima, quando le stesse cose avversavo, non parlavo sul serio, o semplicemente mentivo.

Ne parlai qualche sera fa con un amico, insegnante in pensione. “Il mio voto l’han perso”, mi disse, “e non per ripicca. Io sono stato con loro e li ho votati quando eravamo più che minoranza, non perché mi fossero simpatici, non tutti almeno, ma perché credevo che in quelle idee di cui parlavamo ci credessero anche loro. Ho scoperto che non è così, e che, con buona evidenza, loro parlavano come me solo perché volevano il mio voto. E non lo avranno più”.

“Già”, commentai, “è più o meno quello che penso anch’io. E pure il ricatto dell’eventuale ballottaggio non funziona, come ci hanno insegnato loro stessi dopo le Europee: han preso i voti dicendoci che si doveva sconfiggere la deriva populista, e poi ci hanno regalato Jobs act, Buona scuola e Sblocca Italia. Dopotutto, però”, aggiunsi, “a queste performance non si può dire che fossero nuovi. Ricordi il voto utile per sconfiggere Berlusconi e la destra? Bene, non era finita la legislatura con quello cominciata che proprio con loro erano alleati”.

“In effetti”, concluse lui, “non hai tutti i torti. Quelli erano e questi sono; non possiamo fingere ancora di non averlo capito, dato che difficilmente i candidati saranno altri da chi fin da ora è in Parlamento o nelle ristrette cerchie del potere renzista. Se si dovesse andare al ballottaggio, vorrà dire che quella domenica, se loro sono particolarmente fortunati, me ne andrò in campagna. Lì qualcosa da fare la si trova sempre”.

E credo che, nel caso, gli darei una mano.

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