Se ha ragione della politica con i voti, non dategliene

“Perché non poteva continuare a opporsi alla segreteria Renzi nel Pd aspettando di combattere per un’alternativa al congresso nel 2017?”, chiede Goffredo De Marchis ad Alfredo D’Attorre per la Repubblica. “Perché il Pd ha subìto un riposizionamento completo e una mutazione genetica”, risponde il deputato ex Pd. E aggiunge: “È una forza centrista che finisce per guardare più volentieri verso settori della destra che a sinistra ed è illusorio pensare che sarà soltanto una parentesi. Il Pd non è il Labour o l’Spd, non ha 100 anni di storia, quelli che ti permettono di passare dalla stagione di Blair all’epoca di Corbin. Ha pochi anni di vita, è per la prima volta al governo e quello che fa adesso lascerà un segno indelebile. La discontinuità di Renzi è qualcosa di diverso da una normale alternanza tra segretari”.

In effetti, D’Attorre non ha torto. Questa stagione è la prima in cui il Partito democratico, nato nel 2007, è al governo del Paese. E quello che sta facendo concretamente, al di là di ciò che può o potrebbe dire di sé, lo qualifica sul campo dei contenuti politici a cui intende rifarsi. Le leggi renzianissime votate con giubilo dai parlamentari di questa forza politica, danno il senso e segnano i confini entro cui la stessa intende muoversi. Scelte tese alla riduzione dei diritti dei lavoratori, all’aziendalizzazione della scuola pubblica, alla torsione governista delle istituzioni, disegnano un perimetro in cui molti non si ritrovano più e per questo vanno via. Ma determinano anche una collocazione politica chiara, ancor di più perché avviene alla prova pratica del Pd quale forza di gestione del potere, e quindi spiegano che, parole e programmi elettorali a parte, la strada che si vuole perseguire è quella che si sta tracciando.

E non c’è salvezza o redenzione in questa dinamica, a meno di non uscire e provare a ribaltarlo. Cos’è il “renzismo” alla fine dei conti? Uno schema che fonda sulla forza dei numeri la ragione delle sue politiche. Fino a quando otterrà gli uni, avrà pure l’altra. Ecco perché la scelta di D’Attorre e di quanti, prima di lui e dopo di lui, hanno lasciato e lasceranno ha un senso e un significato politico ben diverso da quello dell’azione di chi dissente, addirittura con toni e parole più radicali, ma poi unisce il suo consenso a quello degli altri che apertamente sostengono l’azione di Renzi. Se la forza del renzismo sono i voti, è solo togliendoglieli che lo si contrasta.

O almeno, non aggiungendone altri, non sommandovi i propri.

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1 risposta a Se ha ragione della politica con i voti, non dategliene

  1. Silbi scrive:

    verrebbe da dire che è lapalissiano… ma questo Parlamento è nato sotto la cappa delle larghe intese napolitaniane, ha fallito la prima prova che gli si è presentata – l’elezione del nuovo capo dello Stato – e si è rimesso sotto la tutela di Napolitano… è ovvio che esso non è in grado di esprimere altro che le larghe intese, funzionali a realizzare le “riforme” che ci furono prescritte dalla Troika nella famosa lettera a Berlusconi del 2011.
    La novità è che Renzi, con la sua smania di apparire sempre e comunque protagonista e vincitore, ha interiorizzato questa “strada obbligata” facendola propria e, con la forza dei suoi numeri entro il partito (e grazie alla debolezza del partito), ha identificato completamente il Pd con il governo e il governo con quelle politiche, come se fossero una scelta consapevole e non una necessità imposta dalla situazione.
    La “svolta” di Renzi, insomma, significa solo aver aderito con una certa disinvoltura (che la congiuntura internazionale differente gli consente), ma facendola propria, alla strada già tracciata per l’Italia. I parlamentari del Pd non stanno votando nulla di diverso da quello che votavano con Monti o con Letta: ma si chiede loro di farlo con giubilo e convinzione, è questa la differenza…

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