Così tanti da non stare in un tweet

Un milione e quarantacinquemila. Tanti sono i minori in stato di povertà assoluta secondo l’Istat. Sono il triplo rispetto ai 375 mila del 2008, il doppio se si considerano i 523 mila del 2011. In sette anni, un’esplosione che non ha pari nella recente storia del nostro Paese. La cosa più triste di tutti, se ci può essere qualcosa di più triste che pensare alle privazioni di un milione di minori, è il silenzio che si stende intorno alla faccenda.

Certo, io capisco che in uno storytelling fatto cieli azzurri e soli splendenti sia difficile trovare spazio per la povertà, che mediamente è brutta e sporca. Inoltre, considerando l’esiguità dello spazio all’interno del canale di comunicazione preferito dall’autorappresentazione del potere, alcuni numeri faticano proprio a starci: su 140 caratteri di tweet, non è che se ne possano sprecare circa una trentina per scrivere “1.045.000.000 bambini poveri”. Meglio, sì, molto meglio cose semplici e corte, tipo #Italiariparte, #lavoltabuona, #ciaogufi.

I poveri, donne, vecchi e bambini, apunto, teniamoli lontani dal racconto che tutti ci facciamo. Anche perché, nel caso volessimo discuterne, dovremmo dire che sono triplicati durante gli anni in cui a decidere cosa si poteva fare per impedirlo si sono alternati più o meno quelli che ci sono ancora oggi. E potremmo pure aver voglia di chiedere loro qualcosa, tipo: “che avete fatto per impedirlo?”; “con quali risultati?”; “dati gli esiti, adesso che pensate di fare?”.

Magari, poi, potremmo dover scoprire che è in seguito a quell’aumento che è incrementato il numero degli sfratti, delle occupazioni, le stesse che sgomberiamo con la forza pubblica. No, davvero, meglio tacere e guardare in tv gli stessi governanti che non sanno governare quel problema spiegarci come si sosterrà l’apertura di ristoranti per ricchi in Indonesia, la vendita di automobili per benestanti di Dubai, il piazzamento di prodotti di lusso fra gli abbienti del Catai.

Tanto noi ci crediamo, vero?

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