Se è solo per quello, la democrazia non serve

“Chi grida oggi allo scandalo perché alcuni deputati sono sostituiti in Commissione dovrebbe ricordare che questo è non solo normale ma addirittura necessario se crediamo ai valori democratici del rispetto della maggioranza: si chiama democrazia quella in cui si approvano le leggi volute dalla maggioranza, non quella in cui vincono i blocchi imposto dalle minoranze. Avanti, su tutto!”. Sono parole del segretario del Pd, scritte sul suo profilo Facebook.

Se volete un riassunto di cosa sia il renzismo, in quelle frasi dello stesso Renzi c’è probabilmente la migliore spiegazione. La democrazia è qui intesa come quella cosa in cui conta solo il pensiero della maggioranza, che ritiene un attentato alle sue prerogative ogni tentativo di discussione, in cui non solo è giusto, ma diventa “addirittura necessario” sostituire chi si permette di dissentire, perché è minoranza, e quindi deve adeguarsi, perché noi si va “avanti, su tutto!”, e non lamentatevi del punto esclamativo, che già è tanto che non vi scriva “chi si ferma, è perduto!”.

Ora, la dico un po’ come la vedo, chiedendo scusa per la grossolanità dei ragionamenti: se è solo per quello, per far valere la volontà delle maggioranze, allora la democrazia non serve; se non volge anche a tener conto della rappresentanza di chi è minoranza, allora è inutile; se evita di caricare su di sé la pluralità delle visioni, delle opinioni e dei punti di vista, ma si limita a imporre quello dei più potenti o numerosi, che a questo punto si equivalgono, tanto valeva tenerci la legge del più forte.

Perché sì, se quel regime che si voleva partecipato si limita a essere il terreno privilegiato per la garanzia del dominio della maggioranza, allora esso diventa, appunto, il risultato della traduzione in voti della più primitiva delle regole sociali. Non ha senso, in democrazia, pensare a un potere assoluto (ab solutus, slegato), libero da qualsiasi intromissione, nemmeno, e forse soprattutto, quand’è quello della maggioranza.

Tale sistema, infatti, presuppone che il potere non sia esercizio esclusivo di una parte supportata dal consenso, ma gestione inclusiva di questo nel confronto continuo col possibile dissenso. Capisco che sia faticoso, fiaccante e lento, come è chiaro che un governo senza impedimenti sarebbe più efficiente, probabilmente di maggiore efficacia e garantirebbe rapidità, e magari pure treni in orario.

Però la democrazia è un’altra cosa. In essa, chi governa non esercita il potere, bensì lo gestisce tenendo conto di una serie di meccanismi di controllo e bilanciamento, che servono proprio a impedire che quel potere diventi eccessivo (è il più volte citato ruolo dei check and balance che nelle democrazie moderne traducono in istituzioni le dinamiche di divisione dei poteri teorizzate da Montesquieu ne Lo spirito delle leggi).

The winner take it all può andar bene come titolo per una canzone degli Abba, non certo come spiegazione della democrazia, a meno di non pensare a una forma arcaica di questo modello di governo degli uomini, direi “ateniese”, che non di rado riservava ὄστρακον d’infamia e cicuta da bere a quanti rivendicavano il diritto a sostener ragioni non contemplate fra le convinzioni dei molti.

Ovviamente, in una logica simile e secondo lo schema che ritiene “non solo normale ma addirittura necessario” sostituire quelli che non si adeguano al volere della maggioranza, diventa poi altrettanto “normale” che le minoranze siano tentate di sostituirsi da sole, lasciando i maggioritari ad approvare in solitudine le cose che pretendono far passare senza margini di modifica, ma con un voto che ne certifichi l’apparente democraticità.

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